Più leggo Edmond Jabès più ho l’impressione di trovarmi davanti a un gigante dell’immaginazione poetica, un autore capace di aprire varchi per le possibilità stesse della scrittura, anche in questo testo sublime, dal titolo minimale di Uno straniero con, sotto il braccio, un libro di piccolo formato – semplice ma vedremo quanto pregnante – scrivendo poesia in prosa che, però, è anche riduttivo definire tale, essendo molto vasto il territorio che Jabès esplora, con precisione filosofica, regalando a piene mani intuizioni come questa: “Se lo scrittore è uno straniero ciò è dovuto precisamente al fatto che egli prende a prestito il volto dal linguaggio”. La scrittura dunque come spazio di un’identità presa in prestito, precaria, caduca, transitoria. Luogo anche di una cancellazione misteriosa, di un’assenza invincibile. Perché sono il nulla, il niente, il vuoto, il deserto a dominare in questo testo profondo ed enigmatico.

Si tratta di poesia, non un genere dunque, ma di una percezione della realtà che va oltre i modi. Questo testo, come anche Il libro della sovversione non sospetta, inaugura qualcosa di realmente nuovo e in ultima analisi ciò che è realmente nuovo è l’approccio alla scrittura di questo autore fondamentale. Jabès interroga il linguaggio, che è il luogo della nostra identità di esuli, di stranieri, fatalmente preda di un senso di estraniamento, di sradicamento, apolidi dell’esistenza, ”apolidi metafisici” per dirla con Cioran.

Il centro di tutto, l’unica patria possibile, è la letteratura, “il libro infinito delle nostre interrogazioni” ma anche questa terra ci manca spesso sotto i piedi perché tutto è frammentario, forse inconsistente, sicuramente fragile. La condizione umana fondamentale è quella dell’ esiliato. E la letteratura è questa domanda che l’autore pone al lettore in un dialogo fra sconosciuti, fra stranieri.

Qui  proprio lo straniero è per Jabès la figura fondamentale, un autoritratto sui generis, in fondo, egli è “l’ebreo”, proprio come Jabès, a sottolineare la propria millenaria estraneità, uno straniero con un libro che non può che essere il Libro, l’epitome di tutti i tentativi umani di dare voce all’enigma che ci abita, quell’insolubile che Jabès sa esprimere con grande, e incantata, lucidità.

Quella di Jabès è una poesia che merita una lettura lenta, per apprezzare questa parola ”inzuppata di silenzio” enigmatica ma solida, astratta e sognante eppure terribilmente concreta.

Il vuoto, il nulla, il deserto, dicevamo, poi un “cielo tradito” in un “mondo assassinato”, Jabès racconta la nostra epoca come il luogo di una sparizione, come manifestazione del lutto: “L’assenza di Dio  è l’infinito vuoto che sostiene il mondo”.

Così dopo la morte di Dio il deserto s’impossessa del nostro tempo e ci forgia nel profondo. Qui, in  questa prosa profondamente immaginifica, dove ogni passo è una rivelazione, ogni momento un’epifania, ogni riga distilla un enigma capace di condurci in quella terra di sogno dove le parole sono eventi di per sé e non hanno bisogno di riferirsi a nessuna realtà che non sia il linguaggio stesso, talmente potente da riuscire ad assorbire tutto il mondo dell’esperienza e restituircelo lunare e sognante sciarada. È la nostalgia del sacro, dove possiamo trasformare nuovamente l’assurdo in  mistero, la follia del nostro umano vissuto in un’ esperienza religiosa. Sia chiaro, per Jabès non c’è altra divinità che il deserto, poiché il nostro cielo ci ha ormai abbandonato e la città è diventata un miraggio dove si precipita “nella trappola del reale e dell’inverosimile”; il niente vince e “la totalità è colta in flagrante reato d’impostura”. Questa vittoria ci spoglia semplicemente delle nostre illusioni e dei nostri pregiudizi, Jabès ci regala così una “parola necessaria” nella consapevolezza che ogni scrittura – e questa in particolare – ferisce il foglio bianco e al tempo stesso lo consacra. È l’invisibile la cui ricchezza, pur destinata all’oblio,  ci stordisce.

Su tutto aleggia un tema che scompare e sempre ritorna: quello dello straniero. È la posta in gioco dell’enigma: illuminarci attraverso la nozione della nostra fondamentale estraneità. Da noi stessi, dagli altri. Il silenzio cala come una preghiera in questo testo in cui tutto si disgrega e le scrittura diventa anche, e misteriosamente, una cancellazione; non siamo nient’altro che l’assenza di un volto sommerso dalle nebbie dell’anonimato contemporaneo. Jabès si avvicina a certo pensiero cabalistico, per rendersi progressivamente estraneo e straniero, ricordandoci che la nostra natura non somiglia a niente, è il Niente stesso che  ci contiene. La traduzione di Alberto Folin cerca di restituirci  anche i neologismi e le spirali labirintiche della scrittura di Jabès, in questa edizione SE, al solito bella e necessaria, proposta in anni diversi – io la leggo nell’edizione 2001. In una nota finale sono chiarite alcune scelte, quale per esempio questa: “Lo straniero? L’estran-io”, da étrange- je per omofonia con étranger. È un po’ il fulcro di questo pensiero: evocare lo straniero che è in noi, che noi siamo per noi stessi, per cui questa figura diventa emblematica e simbolica.

Compito della parola poetica è rendere ”sensibile”  il silenzio che in quanto tale si trova  “al cuore della raggiante totalità”. Paradosso, poiché solo la parola può raccontarlo, il silenzio. Così in questa vertiginosa dinamica fra Dio e il niente, fra la parola e il deserto, ci giunge la voce di Jabès, concreta eppure trasognata, definitiva nel trafiggere le nostre illusioni, facendosi straniera nel suo percorso nel deserto.  Forse nessun Dio ci ascolta, ma l’ombra della sua inesistenza continua a perseguitarci. In fondo, si può essere religiosi anche senza Dio, anzi forse questa è la religiosità più pura. O forse Dio è il limite impensabile di questo pensiero abissale. Quel che mostra Jabès, in questo libro straordinario, è che l’incantesimo non è disgiunto da una certa insondabile spietatezza.

Dio esiste solo come Assenza, di cui il Libro è testimonianza. È una forza del pensiero e come tale Jabès sembra trattarla. Egli cerca di riformulare la nostra relazione con noi stessi, con il divino, ci seduce con una prosa ricchissima di suggestioni, concettuali, materiche, misteriche.

Uno straniero con, sotto il braccio, un libro di piccolo formato è un libro enigmatico che ti scava dentro un‘immagine dell’enigma cosmico in cui siamo immersi.

Jabès formula una domanda segreta anche laddove sembra affermare perentoriamente, nella consapevolezza di un’erranza fondamentale del linguaggio che, se insegue una verità, la trova frantumata in una miriade di enigmi. Nella lucida consapevolezza che questa verità del mondo e di noi stessi sempre ci sfugge:

“Di ciò che ho potuto affidare al foglio, oggi mi rode quel che non ho saputo esprimere, come se ciò che non ho mai rivelato fosse la sola cosa che  avessi da esprimere.”

Congediamoci da questo libro con una delle più straordinarie definizioni di poesia che ricordi: “Il segreto è la chiave dell’anima, e la poesia, la parola del segreto.”