Questa graphic novel di Diego Bertelli e Silvia Rocchi affonda chirurgicamente nel cuore di un’esistenza dimenticata da molti. Si tratta della vicenda umana e artistica di Ernest Christopher Dowson, poeta inglese di fine Ottocento, morto a neanche 33 anni nel 1900 e tormentato per gran parte della vita da un’ossessione amorosa. Tra le sue opere, ci rimangono impressi – in una memoria, per così dire, residuale – versi ispirati a un’ode oraziana, citata nel titolo, Vita summa brevis spem non vetat incohare longam (“La breve durata della vita ci vieta di sperare lungamente”):

“Non durano a lungo, il pianto e la risata,
l’amore, il desiderio e l’odio
penso che nulla avanzi dopo
aver superato la soglia.

Non durano a lungo,
i giorni del vino e delle rose:
da un sogno confuso
il nostro cammino riemerge per poco,
poi nel sogno si chiude.”

È la sintesi di un percorso segnato dal dolore e dalla malattia. Ma è anche l’indizio di un tema nascosto, quello suggerito dal verso che dà anche il titolo a questo libro: “I giorni del vino e delle rose” (“The days of wine and roses”), che poi diventerà un film di Blake Edwards, nel 1962 (Oscar per la colonna sonora di Henri Mancini e Johnny Mercer), nonché un album dei Dream Syndicate del 1982, proprio ispirato a quel film. Lo stesso leader del gruppo, Steve Wynn, in un’intervista di Riccardo Bargellini riportata alla fine del libro, confessa che non conosceva Ernest Dowson, ma solo il film di Blake Edwards. Del resto, come spiega la voce narrante in una delle pagine centrali del volume, anche un altro verso di Dowson, “via col vento” (“Gone with the wind”), aveva ispirato, indirettamente, un’altra (celeberrima e pluripremiata) pellicola, quella di Victor Fleming del 1939, tratta dal romanzo di Margaret Mitchell. Ancora una volta, però, il poeta alla radice di queste idee rimaneva sullo sfondo, quasi dimenticato.

I due autori di questa ottima graphic novel hanno così isolato, in una sequenza di “momenti di oblio”, gli ultimi giorni di vita di Dowson, trascorsi con l’unico conforto della compagnia di un amico. Il connubio tra parole e immagini è perfetto. Emerge tutta la misura della prosa poetica di Diego Bertelli (già da me apprezzato per il suo contributo alla raccolta di racconti a cura di Raoul Bruni Toscani maledetti, ed. Piano B), fusa con la carica viscerale – che a tratti verrebbe da definire “munchiana” – delle illustrazioni di Silvia Rocchi. Il dolore del protagonista e la traccia del suo passaggio nel mondo rimangono così come uno sbrego denso, materico, che poi, quasi visivamente, modula in parola, scritta, non a caso, con caratteri che riproducono la grafia dell’autore. E, reciprocamente, il testo torna, a fasi alterne, a sciogliersi in immagini prive di parole, che dipingono l’impossibile sogno d’amore di Dowson per la giovane Adelaide – morta peraltro anche lei giovanissima – e il suo successivo trascinarsi in un’esistenza autodistruttiva.

Decisamente non un “fumetto”, dunque, ma un’opera letteraria e artistica che dimostra come, al tempo di internet e dell’esagerazione tecnologica, la carta e un lapis possano ancora arrivare molto più lontano.