Una “favola matematica“, è così che, nel saggio in appendice, Manganelli definisce “Flatlandia”. In effetti il lungo racconto risulta essere una singolare mescolanza di letteratura fantastica e principi di matematica e geometria. In sintesi: Abbott elabora l’esistenza di un mondo tridimensionale partendo da mondi più elementari. Si giunge quindi ad un’ipotesi molto affascinante e, per il 1882, poco afferrabile e di certo stravagante: l’esistenza di una quarta dimensione. In un certo senso Abbott, con “Flatlandia”, ha anticipato, seppur solo sottoforma di invenzione letteraria, ciò che Einstein sarà in grado di dimostrare scientificamente qualche decennio più tardi, ossia la reale esistenza di una quarta dimensione: lo spazio-tempo.

Ad introdurci nell’universo di Flatlandia, che altro non è che un Paese a due dimensioni, costituito da un’unica immensa superficie sulla quale tutti si muovono, è un abitante del luogo: un Quadrato. Una figura piana che occupa una posizione sociale medio-alta. A Flatlandia tutti i poligoni sono dei maschi e maggiore è il numero dei loro lati, maggiore è il prestigio sociale di cui godono: i Triangoli equilateri sono borghesi, i Quadrati professionisti, i Pentagoni gentiluomini e così via fino a raggiungere il Cerchio che rappresenta la classe sacerdotale, quella più importante. Le donne, invece, sono semplici linee rette, soggetti pericolosi, considerate irascibili, ipersensibili, incontrollabili e scarsamente affidabili.

Nella prima parte del libro il Quadrato illustra come si viva a Flatlandia attraverso esemplificazioni e disegni. Ci riferisce notizie in merito al clima del luogo, ai metodi per il riconoscimento degli abitanti, al destino a cui sono soggette le Figure Irregolari, alla storica rivoluzione di Cromatiste e alla sua violenta repressione. Nella seconda parte, invece, il Quadrato racconta come sia riuscito a venire a conoscenza dell’esistenza di uno Spazio a tre dimensioni, ossia Spacelandia. La rivelazione giunge grazie ad una Sfera che, d’improvviso, fa la sua comparsa in Flatlandia. Dopo vari tentativi, il solido comprende che l’unico modo per convincere il Quadrato che il mondo non è solo quello che lui conosce, ossia non è solo bidimensionale, consiste nel portarlo con sé a scoprire Spacelandia. Il Quadrato sperimenta per la prima volta un mondo tridimensionale di cui non aveva mai sospettato l’esistenza e, nonostante lo scetticismo della Sfera, è pronto ad immaginare un’ulteriore affascinante evoluzione: un mondo a quattro o più dimensioni.

Il viaggio fantastico di Abbott è spassoso ed intelligente. I luoghi irreali, eppure così razionalmente descritti in “Flatlandia”, possono essere valutati in parallelo a luoghi esistenti così come i tratti “sociali” di uno spazio fantastico che, evidentemente, riflette e ripropone i ruoli fin troppo definiti di una società molto terrestre. La “morale” di Flatlandia, di questa “favola matematica”, sta in un principio tutto sommato semplice: ridursi a vedere il mondo che vediamo come l’unico davvero possibile è limitante e, probabilmente, scorretto. Serve perspicacia, una mente aperta ad altre eventualità, anche quelle apparentemente più assurde.

Molti rimproverano ad Abbott un’eccessiva e plateale misoginia. In effetti la descrizione che il reverendo-scrittore compie del genere femminile, anche se trasposta nell’universo a due dimensioni di Flatlandia, è particolarmente severa ed intransigente. Nella scala sociale di questo mondo di fantasia le “femmine” occupano uno dei gradini più bassi e non godono di grande considerazione. Mi piace interpretare tali considerazioni di Abbott solo come lo sfogo di un individuo che doveva, in qualche modo, esorcizzare i propri problemi personali col gentil sesso. Basterà leggere tanta misoginia con un briciolo di compassione e una discreta dose di ironia.