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j'Sab, 15 Lug 2017 13:31:16 +0100p*https://www.lankenauta.it/?p=11495eLankenautafMilitia Christi

Sappiamo tutti delle frequenti polemiche sul ruolo della Chiesa, del suo altalenante pacifismo, sulla guerra giusta o sulla guerra ingiusta. Insomma, contraddizioni o presunte contraddizioni che fanno sempre molto discutere e sempre coinvolgono la politica, forse la manifestazione umana che di questi tempi ha meno a che vedere con l’oggettività e la scientificità. Ben altro approccio quello dello storico Adolf Harnack che, nel lontano 1905, pubblicò “Militia Christi”, di fatto “uno sviluppo monografico di quella fondamentale opera [ndr: “Missione e propagazione del cristianesimo nei primi tre secoli”] che attende ancora un’edizione aggiornata e completa” (pp.9). Un lavoro dai più considerato “minore”, caratterizzato da un linguaggio accessibile nonché prodigo di note e citazioni, che l’ampia e approfondita analisi di Sergio Tanzarella ci rivela in tutta la sua importanza: uno studio che sostanzialmente intende fare chiarezza in una materia a dir poco controversa e che  prende in esame la trasformazione, nei primi tre secoli dopo Cristo, del messaggio cristiano in rapporto con la professione militare.

Una volta assodato che “incontriamo subito in Paolo [ndr: di Tarso] una quantità di esortazioni e di figurazioni dal tono militaresco” (pp. 72), riprese dalle figurazioni dei profeti dell’Antico Testamento, saranno poi anche altri scrittori e apologeti a fare uso di allegorie militaresche. E’ vero che “il genere apocalittico ha contribuito al fatto che i cristiani non s’astenessero completamente dalla guerra” (pp. 71) ma in ogni caso l’idea, da vivere in un contesto comunitario, è sempre quella dei cristiani milites Christi, tanto disciplinati e fedeli da far pensare appunto alla condotta di un soldato. Soldato peraltro molto particolare se vogliamo dare retta a Clemente e a Origene, citato da Harnack: “l’Antico Testamento è documento sacro per i cristiani solo se lo si interpreta spiritualmente; in molti casi il significato letterale non è normativo ma riprovevole. Origene procede in modo inequivocabilmente chiaro: l’apostolo Paolo avrebbe insegnato che i cristiani non possono più condurre guerre carnali ma solo spirituali: Velut magister militiae praeceptum dat militibus Christi” (pp.89). Nei fatti, proprio nei primi secoli di diffusione del cristianesimo, il servizio di leva in alcuni casi fu rifiutato, in altri accettato – comunque vissuto con difficoltà – ma quello che Harnack vuole evidenziare è in qualche modo una progressiva assuefazione e perdita di impermeabilità tra l’ambito spirituale e quello militare. Quelle espressione che dovevano rappresentare un topos letterario avrebbero in qualche modo esercitato una loro influenza, familiarizzando i nuovi convertiti con le immagini militaresche, preparando quindi il terreno per future giustificazioni e distorsioni del messaggio cristiano. E’ l’elemento formale che provoca, suo malgrado, delle conseguenze.

Nulla di cui stupirsi in fondo e difatti lo stesso Harnack, nell’introduzione al libro, ricorda che “il cristianesimo non solo su considerato una filosofia, ma fu anche affine ad essa, venendone influenzato”. Senza dimenticare il suo universalismo: “La Chiesa sosteneva gli ideali più alti e s’instaurava tuttavia nel mondo […] in grado non solo di tollerare la posizione avversa, ma addirittura di farla propria” (pp.56). Eppure – Harnack nel suo studio ne dà conto – è pacifico che, alle origini, i primi martiri e alcuni teologi rifiutavano la violenza e la fedeltà all’imperatore. Poi, appunto, questa progressiva confusione di ambiti che divenne del tutto evidente dopo il III secolo: “Nessuna barriera separò più i milites Christi dall’esercito dopo la vittoria di Costantino. Al contrario: la Chiesa stessa richiese che questi milites Christi, che servivano nell’esercito, vi rimanessero. Essa creò per loro santi guerrieri […] La Chiesa si gettò nelle mani dell’imperatore” (pp.158). Insomma, fu riesaminata profondamente la posizione teoretica nei confronti dell’esercito e della guerra e la cosa probabilmente non fu troppo complicata perché “la prassi l’aveva preceduta di molto e  perché l’arma proicere dei soldati cristiani anche precedentemente non era la regola, ma rappresentava l’eccezione” (pp.154).

Un’eccezione che è rimasta tale e, difatti, Sergio Tanzarella conclude la sua ampia prefazione – di fatto un vero e proprio saggio – con parole a dir poco disincantate : “La metafora è ormai diventata una realtà micidiale i cui effetti disastrosi sorpassano anche il nostro presente” (pp.44).

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