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“Banchieri & compari” è uno di quei libri che, visto l’argomento, ti obbligano in qualche modo ad una premessa. In questo caso le banche – lo sappiamo – sono da sempre obiettivi dei complottisti e …

j'Dom, 13 Gen 2013 23:42:04 +0100p*https://www.lankenauta.it/?p=12166eLankenautafBanchieri & compari

“Banchieri & compari” è uno di quei libri che, visto l’argomento, ti obbligano in qualche modo ad una premessa. In questo caso le banche – lo sappiamo – sono da sempre obiettivi dei complottisti e dell’antagonismo politico di ogni colore. In realtà, e proprio “Banchieri & compari” lo dimostra, non è necessario immaginarsi chissà quale trama oscura od essere affiliati a qualche partito estremo per rendersi conto di quanto gli istituti di credito abbiano malamente condizionato l’economia e di come abbiano imbastito certi affari sporchi. Lo stesso autore, Gianni Dragoni, non ha nulla a che vedere personaggi tipo Paolo Barnard ma è un serissimo giornalista del Sole 24 ore (non propriamente un ricettacolo di antagonisti), ed alcuni degli studiosi più citati, Paul Krugman e James Tobin, non sono altro che dei keynesiani all’acqua di rose. Anzi proprio Tobin, nell’intervista al termine del libro, chiarisce qualcosa che non farà piacere ai citati antagonisti: “Non ho niente a che vedere con questi sedicenti rivoluzionari antiglobalizzazione […] purtroppo gli applausi arrivano in prevalenza dalla parte sbagliata. Vede, io sono un economista come la maggior parte dei miei colleghi sono un sostenitore della libertà di scambio e delle istituzioni contro le quali si batte il movimento. Abusano del mio nome” (pag. 138).

Insomma, un libro assolutamente feroce nei confronti dei banchieri, e soprattutto dei loro compari, ma nel quale l’unico ed autentico antagonismo è quello della realtà. Un saggio d’inchiesta piuttosto che un libro di economia, nel quale si raccontano i truffaldini “meccanismi moltiplicatori”, “le speculazioni delle banche e gli artifici della finanza, i finanziamenti facili agli amici e il credito negato alle imprese sane”, tentando di rispondere ad innumerevoli domande, con approccio ancora una volta divulgativo (in questo senso bisogna ringraziare Dragoni che ha scritto in maniera molto chiara riguardo argomenti oggettivamente complessi). Ed ecco che a fronte dei 25 milioni di disoccupati europei, risparmiatori e contribuenti tartassati, economie reali in declino, assistiamo alle scorribande degli speculatori (e banchieri) che si muovono disinvolti tra i loro intrecci di partecipazioni, conflitti d’interesse, evasioni miliardarie. Il libro di Dragoni è stato pubblicato nel novembre 2012 e quindi è abbastanza aggiornato per citare le ultime trovate del governo Monti per favorire gli istituti bancari, a cominciare dal Decreto Salva Italia del 4 dicembre 2011 (pensiamo soltanto alla garanzia statale sui prestiti che la Banca d’Italia farà alle banche: “Se poi queste non saranno in grado di rimborsare i bond alla scadenza sarà lo Stato a pagare. Con quali soldi? Quelli dei contribuenti che pagano le tasse e sono i più spremuti dalla manovra” (pag. 33). Tutto questo nonostante le banche italiane abbiano già ricevuto dalla Bce ben 270 miliardi di prestiti a tassi ridicoli (il grosso a Intesa San Paolo, Unicredit e Mediobanca). A fronte di questa pioggia di denaro le banche hanno immediatamente comprato altri titoli di stato altrimenti non impiegabili dal Tesoro, mentre il credito viene centellinato, mandando in crisi risparmiatori, ed evitando di finanziare i piccoli e medi imprenditori.

Volendo usare altre parole: tutto questo denaro è stato impiegato dalle banche per imbastire speculazioni, in Italia oltretutto molto ben protette da coloro che tengono i piedi in due staffe, anche in virtù della garanzia che il rendimento del titoli è molto più alto del costo dei prestiti. E’ in questo contesto fatto di finanziamenti ai soliti noti, spesso personaggi del tutto inaffidabili ma con protezioni politiche e dalla moralità estremamente disinvolta, e ai grandi gruppi “sostenuti anche quando era evidente che stavano affondando” che si sono quindi misurati i tanti conflitti d’interesse di personaggi come Passera e Piero Gnudi. Lo stesso Passera, attuale Ministro per lo Sviluppo Economico e delle Infrastrutture e Trasporti (indagato per reati fiscali), che, oltre ad essere invischiato in innumerevoli affari puntualmente citati da Dragoni, quando era a capo di Banca Intesa SanPaolo aveva affermato proprio come Tremonti che “le banche italiane erano le più solide”. E non era vero. Quanto meno oneste le affermazioni del governatore Vincenzo Visco in polemica col sistema bancario italiano: “il quale ha detto chiaramente che i favori agli amici non sono compatibili con una sana gestione del credito e, visto che c’è una crisi grave, con l’esigenza di stimolare la ripresa”. Continua Dragoni: “Di questo clima da compari fanno le spese le imprese sane e gli imprenditori che hanno buoni progetti ma non hanno santi in paradiso. Sono accuse molto gravi e motivate. Infatti i rubinetti delle banche sono sempre aperti per personaggi come Ligresti, o lo spericolato immobiliarista Luigi Zumino o il finanziere Romani Zaleski [..]” (pag. 36). E’ in fondo lo stesso contesto che ha portato gli istituti di credito ad investire sul mattone nonostante il mercato immobiliare in crisi, oppure, nelle pieghe di una normativa truffaldina, ad approfittare del sistema delle cosiddette grandi opere, così incentivando la cementificazione del paese e l’incremento del debito pubblico. Nel capitolo “La grande evasione” si racconta della cosiddetta “Operazione Brontos”, mediante le quali molte banche italiane avrebbero sottratto al fisco milioni e milioni di euro: “[…] gli interessi ottenuti sono stati camuffati da dividendi, come se fossero frutto di un investimento azionario, perché in Italia le tasse sugli interessi si pagano sull’intera somma percepita, mentre sui dividendi si pagano solo sul 5 per cento del valore. In questo modo il 95 per cento del guadagno rimane esente da imposte” (pag. 51).

Una situazione di rapina, tra banchieri e imprenditori già abbondantemente foraggiati dallo Stato, manager che incassano bonus milionari nonostante la loro gestione fallimentare, lo scandalo dei tassi taroccati Libor e Euribor (tassi presi a riferimento per determinare il costo dei finanziamenti, il prezzo dei mutui, i tassi di interesse), e che non viene certo mitigata dalla nostra politica; anzi. Il paragone tra le affermazioni di Barak Obama (“ha messo in chiaro il suo principio chiave: nessun premio a chi delocalizza le fabbriche”) e il “tecnico” Monti risulta facile facile (“Chi gestisce la Fiat ha il diritto e il dovere di scegliere dove investire e le localizzazioni più convenienti”). Alla fin fine, tra liberisti fasulli che foraggiano e si fanno foraggiare grazie alla spesa pubblica, una normativa costruita per dare coperture ai conflitti d’interesse, la voluta protezione di un capitalismo malato e un plateale disinteresse per il funzionamento del mercato, il concetto rimane sempre quello: stiamo assistendo, spesso passivi oppure replicando con argomenti sbagliati, ancora a forme conclamate di privatizzazione dei profitti e pubblicizzazione delle perdite. Quindi azzeccata la citazione finale dal nobel Paul Krugman (economista e non un pericoloso antagonista in eskimo) su quello che succede in Europa: “L’intera storia comincia ad assomigliare a una commedia già vista: l’economia crolla, la disoccupazione va alle stelle, le banche entrano in difficoltà, i governi entrano in soccorso. Ma sono le banche ad essere salvate, non i disoccupati” (International Herald Tribune, 12 giugno 2012).

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