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Probabile che una citazione in capo a un articolo possa apparire un escamotage facile facile per sbrigarsela con poche righe, ma ogni tanto ci sta bene e aiuta a inquadrare un discorso altrimenti non facilissimo. …

j'Sab, 01 Giu 2013 20:11:00 +0200p*https://www.lankenauta.it/?p=12271eLankenautafQuestioni di scarti

Probabile che una citazione in capo a un articolo possa apparire un escamotage facile facile per sbrigarsela con poche righe, ma ogni tanto ci sta bene e aiuta a inquadrare un discorso altrimenti non facilissimo. A torto o a ragione mi è venuto in mente Eliot col suo “la vera poesia può comunicare anche prima di essere capita”, malgrado “Questione di scarti” rappresenti una raccolta di prose e non propriamente una raccolta poetica. Il concetto però non cambia molto e, leggendo l’opera di Giovanni Fontana, viene da pensare che in realtà le suggestioni di una poesia o di una prosa sperimentale, per risultare davvero durature, abbiano comunque bisogno di una base di conoscenza e di comprendere qualcosa dell’autore. Per quanto riguarda “Questione di scarti” già il fatto che Fontana non sia semplicemente un poeta e letterato ma proprio un poliartista ci dice qualcosa di importante. Come la circostanza che il nostro autore abbia da tempo  teorizzato la cosiddetta “poesia pre-testuale” come “progetto di performance da integrare, durante l’azione, con i più disparati linguaggi visivi, sonori, gestuali, ecc.”. A questo punto si può meglio cogliere la logica e lo stile presente nell’opera: parole spesso isolate, senza virgole ma soltanto punti su punti che rendono tutto intermittente e volutamente frammentario. Una frammentarietà però solo apparente perché con diversa punteggiatura, ortodossa, allora se non tutto, molto anche agli occhi del neofita dell’avanguardia e della prosa sperimentale torna chiaro. Come se tutto fosse stato predisposto per una rappresentazione teatrale o appunto “poliartistica” piuttosto che destinato esclusivamente alla lettura e ad una sorta di meditazione.

Opera che volge il proprio sguardo agli “scarti”, scarti e rifiuti contemporanei di ogni tipo, non sottraendosi a complessità ancora più profonde che mi pare richiamino il cosiddetto concettualismo. Quindi arte non più soltanto intesa come espressione di un’estetica volta ad una personale gratificazione, ma, sempre a rischio di intellettualismo fine a se stesso, comunicazione di pensieri, concetti, idee espresse con strumenti propri della filosofia, della psicanalisi e così via. Magari non sarà proprio il caso preciso dell’opera di Fontana ma è un dato di fatto che in “Questione di scarti” ci sia anche molta attualità, seppur trasfigurata da questo stile martellante, percussivo e “polidimensionale”. Prosa sperimentale, poetica che dir si voglia ma dove di pagina in pagina risulta pervasiva la polemica contro un mondo che produce scarti in quantità. Obiettivo che si coglie e viene raggiunto, anche grazie ad una struttura dialogica che bene rappresenta la conflittualità produttrice delle deiezioni contemporanee: la rappresentazione rabbiosa di un pianeta devastato da un ciclo permanente di consumo e quindi da una produzione sterminata di rifiuti collettivi e individuali. Leggiamo in “Smaltimenti”: “Si tratta della pratica dello smaltimento dei relitti. Con molti conflitti e interessi enormi. Poco comuni. E delitti. Almeno questo il quadro più attendibile. La politica rende in tal senso. Come le mafie. E le città sommerse boccheggiano. Compassionevolmente. Per deiezioni organiche si vantano svariate applicazioni. La gamma delle produzioni comprende forni di tipo discontinuo. O inceneritori. A ciclo continuo. Lo vidi. Con camera di combustione statica o rotante” (pag. 158).

L’opera difatti è divisa in tre parti, del tutto coerenti con gli intenti del poliartista Fontana. La prima, come il titolo del volume, è “Questione di scarti” dove la struttura dialogica è evidentissima nei nuclei di prosa che iniziano ossessivamente con “direi che” e poi con “non a caso; e dove da subito il tema dello scarto diventa attualità: “E là nell’inferno del disperato ghetto di Nairobi. O Caracas, E Buenos Aires. Ei docks in qualche porto disastrato. Ma anche giù per i campi Flegrei [….] di ferite blenorragiche nei fianchi della terra” (pag. 9). La seconda, “Polluzioni”, rappresenta la parte visiva, collage di immagini come scarti ma anche rappresentazioni e allusioni agli orrori e i disastri contemporanei e del recente Novecento. Con la terza, “Smaltimenti, torniamo alla prosa, sempre ossessiva nel suo dialogare tra due incipit come “del resto” e “si tratta”, più che mai antagonista e orientata alla denuncia politica. Dall’inizio alla fine assistiamo (e non semplicemente leggiamo) a quella che è stata definita una “scrittura verbale e visiva, franta e prensile”, dove lo scarto, il rifiuto, alla fine sono “propaggini di noi rifiuti urbani”.

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