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j'Mar, 26 Set 2017 11:03:02 +0200p*https://www.lankenauta.it/?p=12294eLankenautafLo sfascio del Belpaese. Beni culturali e paesaggio da Berlusconi a Renzi

Le parole del titolo, “sfascio”, “Berlusconi” e “Renzi”, non devono far pensare semplicemente ad una sorta di pamphlet. E’ vero che ogni pagina del libro può diventare motivo di polemica e di pesante contestazione nei confronti di coloro che in questi anni hanno avuto responsabilità di governo; ma, innanzitutto, l’opera di Vittorio Emiliani è la “sintesi cronistica” (pp.5) del caos normativo e politico che, a partire dagli anni ‘90, ha caratterizzato e caratterizza la nostra amministrazione dei beni culturali e paesaggistici. Semmai il titolo “Lo sfascio del belpaese” rivela l’intenzione di Emiliani di “sollevare o almeno bucare quella coltre di conformismo filo-governativo”, che – possiamo dirlo senza alcuna remora – rappresenta la vergogna dell’informazione italiana. Un triste appecoronamento che si è manifestato in tutta la sua gravità a  partire dal primo governo Berlusconi per poi proseguire con quello dell’allievo Matteo Renzi. Sarà un caso ma proprio in corrispondenza di un “quarto potere” sempre più estraneo ai suoi doveri, ecco che il tradimento dell’art. 9 della Costituzione si è fatto ancor più spudorato. L’incipit dello “Sfascio del Belpaese” da questo punto di vista dice molto: “L’intero sistema di tutela dei Beni Culturali e paesaggistici è stato nel solo biennio 2015-2016 sconvolto e paralizzato dal governo Renzi e dal suo ministro Dario Franceschini separando innanzitutto con la scure la tutela stessa da una mitica valorizzazione che dovrebbe mettere a reddito il nostro patrimonio storico artistico (ai Parchi ha pensato con la stessa logica devastante il ministro Gianluca Galletti). Risultato: una paralisi gestionale e un caos mai visti”. Il libro racconta cosa è stato fatto per arrivare a questo punto, considerando che questo sfascio non si è visto “neppure negli anni orribili dei governi Berlusconi-Tremonti-Urbani o Bondi-Galan quando le spese per la cultura erano state di fatto dimezzate con ripetuti tentativi di privatizzazione dei Musei. Con Renzi-Franceschini è successo molto di peggio” (pp.11).

Una situazione che chiaramente non ha voluto dire soltanto sottrazione di risorse dedicate alla tutela, investimenti statali inferiori a Cipro e Bulgaria, ma assalto al paesaggio, un folle consumo del suolo, più del doppio della media europea, che ha coinvolto anche i Parchi, riforme deleterie varate per decreto legge e con emendamenti – sospetti – dell’ultima ora. Soprattutto dal 1994, da quando il presunto liberismo si è trasformato in un libertinismo conclamato, complici incultura e spregiudicato affarismo, abbiamo assistito alla progressiva demolizione di quanto era stato fatto di buono dai governi precedenti, regime fascista compreso (detto da Emiliani, uomo di sinistra, è una garanzia). Riforme varate in un periodo in cui si parla sempre di semplificazione, che in realtà hanno complicato le procedure, che hanno paralizzato le Soprintendenze e fatto diminuire il numero degli esperti, oltretutto in presenza del cosiddetto silenzio-assenso. Evidentemente ci sono altre priorità, come ha ben sintetizzato Emiliani: “Ormai per scegliere il direttore di una Fondazione artistica o musicale si guarda anzitutto alla sua capacità di rastrellare denari privati (crowfounding) e non a quella di elaborare progetti e programmi innovativi e di qualità” (pp.67). In merito viene citato il direttore di un grande museo americano: “Da noi i privati entrano per metterci soldi loro. Se da voi invece entrano credendo di poter prendere soldi dalla gestione del museo, è come infilare la volpe nel pollaio” (pp.66).

Insomma, complice il mantra ipocrita della cultura come “petrolio”, l’odio di Renzi per i soprintendenti – c’è da pensare che la figuraccia rimediata con la ricerca della Battaglia di Anghiari  abbia avuto il suo peso – , la profonda incultura dei nostri provincialotti di governo ha completato l’approccio affaristico, peraltro mai venuto meno, che avevamo conosciuto con gli scherani di Berlusconi. Coerenti allora le attenzioni riservate agli interessi di Confindustria. Non c’è da meravigliarsi quindi della proposta della manager Patrizia Asproni di far “passare i beni culturali al ministero dell’economia” (pp.93). Una concezione mercantilistica, come dicevamo, inaugurata spudoratamente dai governi Berlusconi e portata a compimento da Renzi e dalla sua ministra Madia; quest’ultima responsabile di una riforma che mette i soprintendenti sotto l’autorità dei Prefetti. Il tutto condito da un’idea di Ministero “che si trasforma in una disinvolta e commerciale Azienda Turistica del Belpaese” (pp. 170), da un caos normativo senza pari, da “un caotico scompaginamento, una burocratica divisione in tanti comparti, difficilmente comunicanti […] con tanto di “separazione con l’accetta fra i Musei (Poli museali) e il territorio (Soprintendenze oggi unificate” (pp.161).

Un libro che, grazie ad un linguaggio accessibile e ad un’efficace traduzione in lingua italiana di molte delle “riforme” imbastite in questi ultimi vent’anni, ha l’indubbio merito di demolire, punto per punto, molti degli “storyteling” dell’era berlusconian – renziana.

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