Ma guarda scrivo di nuovo di poesia, e di nuovo di Francesca Matteoni. Scrivevo, delle poesie di “Artico”, un anno e passa fa “Sono poesie che osservano le ferite, ne fanno uscire il sangue, quindi le disinfettano, e la pulizia brucia, ci brucia, ma è necessaria per guarirle.” e questo vale anche per quelle di questa raccolta. Una raccolta disomogenea, tenuta insieme dalla scrittura. Siccome parliamo, io e Francesca, e le dico le mie impressioni, tempo fa le dicevo, di questa raccolta, che era frammentaria, ogni poesia come una porta su di una stanza che lei ci permette di sbirciare dal buco della serratura. Come se ogni buco fosse uno squarcio su di un mondo, o per dirla con termini inglesi, a rabbit hole. D’altronde la prima poesia di questa raccolta porta per titolo “Un’altra Alice”. E Francesca adora Carroll, e la traduzione in italiano di Busi. Mi accorgo di come le parole guidino questo pezzo, dato che io, mentre mi accingevo a scriverlo, avevo in mente altro, non dico di troppo distante, ma non questo. Comunque, dato che sono qui, e il rabbit hole e “Un’altra Alice” mi han fatto nascere spunti che mi sembrano adatti alla cosa, cercherò di seguire questo bianconiglio. “È tardi! È tardi!”. Quando si legge Francesca Matteoni, prima di tutto, a mio avviso, si deve essere consapevoli di stare operando una scelta, e in ogni caso di accettarne le conseguenze. Prima dicevo che sbirciamo dal buco della serratura, ma questo non ci limita, basta prendere il nostro personale bocconcino di fungo e zac. Altra scelta che si fa. Tutto questo per dire che per leggere queste poesie ci si deve lasciar andare alla lettura, non fermarsi per qualche piccolo ostacolo che si troverà, e continuare. La scrittura è densa, personale, a-temporale ed a-spaziale, per certi versi, è come immersa in uno stato di sonno cosciente, o sogno cosciente, dove ogni dato è reale e vero perché sentito. “Ho brutte abitudini. Penso troppo / al dolore.” (da L’uomo senza parole, pag. 15) E questo pensiero, che traccia ogni parola, non è un cappio che impicca la scrittura, ma la libera. Per cercare di descrivere questa scrittura, oltre che a pensare a dei buchi di serratura, a delle tane di coniglio, a dei cappi, ai termini a-spaziale, a-temporale, si può forse pensare a com’è fatto un albero. Le radici che affondano, il tronco che emerge, i rami sparati verso l’alto e le foglie alla ricerca della luce. Ma se tagliamo il tronco, ecco gli anelli che ci parlano del tempo attraversato, e dello spazio vissuto. E li vediamo istantaneamente, tutti i tempi e gli spazi. Forse però queste poesie sono più come i rami di questo albero, ognuna a parlarci di tempi e spazi diversi e presenti e vivi. Reali come tutto ciò che esperiamo e in cui crediamo. Almeno, così mi sembra di poter dire. Stavolta non trascrivo poesie intere, ma versi presi qua e là, e non dico neppure dove, perché è così.

“Una porta non è un luogo, ma quando
l’attraversi tutto cambia per sempre.”

“Il mondo non è reale. Né mai
lo sono i volti dietro le parole.”

“Se mi togli ogni sogno
dillo nella tua lingua-albero
se mi svuoti in un figlio
lavalo nell’olfatto delle bestie”

“La sete più grande è l’altro –
lo trovi disunendo le parole.”
“La compassione è senza luce
per ciò che ci protegge”

“Scrivo dal suo silenzio questo
resto di me straniero – e non è facile
con il terrore spremere gli occhi
in un catino, voltarmi da sola
presa nei teli piatti delle schiene.”

“Gli alberi si sfogliano nella finestra
corteccia d’epidermide invecchiata.”

“Sono una sagoma prodotta
dallo spazio…
Il tempo non si accoglie, ma precede”

“Mi disse che c’è un’ascia nel silenzio
una giustizia senza corruzione.”

“Scrivere – è questo perdere peso –
le ali stese stracci di bucato
la polpa diradata dalle arterie.”