Miracolo a Piombino. Storia di Marco e di un gabbiano, di Gordiano Lupi, è un libro molto particolare, decisamente atipico. È l’alternanza di due storie: quella di un ragazzo, Marco, che cresce sullo sfondo di una Piombino sospesa tra la dimensione scabra della vita e del lavoro e un amarcord poetico popolato da canzoni che hanno segnato la tradizione cantautorale italiana; e quella di un gabbiano, Robert, protagonista anche lui di un percorso di crescita. Una segnata da uno strappo, la perdita di un giovane amore causata da una morte prematura, e l’altra dai necessari strappi delle migrazioni, coi loro immani sforzi e le loro spietate ciclicità. Entrambe, caratterizzate da una profonda solitudine e dal desiderio di un incontro e una comprensione capaci di dare un senso a tutto.

All’ariosità dei volumi d’aria della costa toscana, ma anche degli spazi vuoti della Piombino operaia, delle acciaierie e degli altri luoghi che formano la città portuale toscana (illustrati anche da numerose fotografie) fa da contraltare il vuoto interiore dei due protagonisti, chiamati – per necessità esistenziale – ad affrontare il mondo con forze annidate nel loro DNA, ma anche in un retaggio di esperienze carico di dolore e nostalgia.

Lo stile varia da una misura “neorealistica” di ascendenza pasoliniana a una ricchezza di suggestioni liriche emananti dalla stessa natura degli ambienti evocati. Non c’è una vera “trama”, ma un filo conduttore di eventi sotto-traccia, che lasciano il ruolo di primo piano ai percorsi intimi dei personaggi, umano e animale. Ne deriva una sorta di percezione panica, che fa di quest’opera, più che un “romanzo”, una sorta di documentario letterario, capace di suggerire più itinerari annidati nei territori della memoria.

In quest’ultima chiave si può leggere anche il racconto conclusivo, “Il ragazzo del Cobre”, ambientato in Brasile e legato a un altro tema caro all’autore, il calcio come lente di osservazione privilegiata delle vite di generazioni cresciute coi sogni alimentati dallo sport, e forse, insieme a quei sogni, svanite, o assurte – un po’ come la classe operaia in Miracolo a Milano – a un empireo di pensieri puri e ancora non lordati dalle miserie di troppa umanità.