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j'Dom, 19 Nov 2017 15:01:04 +0100p*https://www.lankenauta.it/?p=12819eLankenautafRacconti molesti

“La musica ha sette lettere, la scrittura venticinque note” è uno dei più celebri aforismi di Joseph Joubert, spesso utilizzato per raffigurare i rapporti tra musica e letteratura. Una citazione che probabilmente non avrebbe sfigurato neppure nella quarta di copertina di “Racconti molesti”, l’ultima opera di Francesco Cusa; e non perché i personaggi e le vicende presenti nel libro abbiamo un’esplicita attinenza con qualche argomento musicale. Chi semmai ha molto a che vedere con la musica è proprio l’autore, jazzista di fama, batterista, compositore, esponente di quello che è stato definito “free jazz”. Ed infatti rubacchiando da wikipedia possiamo leggere: “Come indica il nome [ndr: il frre jazz] si tratta di un tipo di musica libera, completamente al di fuori degli schemi: uno dei limiti estremi raggiunti negli anni è stata la partitura per quintetto che prevedeva la libera improvvisazione contemporanea, di tutti gli strumenti secondo l’estro del momento. I caratteri di novità di questo stile rispetto ai precedenti consistono nella frammentazione e irregolarità del ritmo e della metrica, nell’atonalità che può arrivare fino al rumorismo, nell’assorbimento di tradizioni musicali provenienti da ogni parte del mondo (tanto che può essere considerato un antenato della World Music) e soprattutto nella tensione, intesa come intensità e liricità, che talvolta assume caratteri orgiastici e liberatori”. Se poi leggiamo una recente intervista di Cusa rilasciata alla storica rivista “Musica Jazz”, nella quale si afferma che “il rapporto tra scrittura ed esecuzione, tra direzione e scritto narrativo, come tra concerto e cd, va sempre più assottigliandosi”, allora non sarà campato in aria ricondurre il “molesto” del titolo all’approccio creativo del nostro musicista-scrittore. Il “marcio della società italiana”, la “catarsi compulsiva”, la rappresentazione di “vizi e tabù culturali” da parte di un “feticista della morbosità e dell’inettitudine patologica”, compresa la ricerca linguistica presente nella raccolta di racconti, non possono essere apprezzati senza mettere in conto quell’ironia e quel gaudente cinismo – parole proprio di Cusa – che il nostro autore intende proporre anche in sede concertistica.

“Cattiverie”, sarcasmi a fiumi e situazioni patologiche che non sembrano seguire affatto una logica prestabilita, tra racconti che, per numero di pagine, si possono definire tali, ed altri che potremmo assimilare a dei microracconti caratterizzati, non soltanto da una sintesi estrema, ma anche da humor nero, intensità espressiva, abbondanza di paratassi che si accompagna a periodi quasi sovrabbondanti di aggettivi. Approccio quindi molto “free” – ricordiamoci del musicista jazz – che viene confessato fin dalla prima pagina, in una sorta di micro-prefazione: “Questa idea dello stile, dell’omogeneità della narrazione, come se la vita fosse quest’ordine, questa sistematicità; orbene, questa storia della coerenza stilistica in una raccolta di racconti, mi indispone oltre misura” (pp.5). Pagine nelle quali si colgono, con risultati disuguali, intenti chiaramente provocatori: rappresentare le abitudini e le apparenti virtù dell’italiano medio con uno sguardo demolitore che si alimenta per lo più di divertito cinismo e dissacrazione. Diciamo “per lo più” perché è probabile che il lettore, di primo acchito, possa cogliere più facilmente le “molestie”, e perciò i velenosi sarcasmi dell’autore, in pagine come “il gatto con gli stivali”, oppure “Il mostro”, “Io al centro commerciale”, “Io a Oslo”: “Oslo. Ore due e dieci della notte. Noi quattro terroni siamo degli sfigati. La Natura si manifesta nella sua peculiare crudeltà. Ciò che stiamo vedendo è reale? Parrebbe di si. Un esercito di Valchirie ubriache  e quattro hobbit” (pp. 83). Molto espliciti, ad esempio, con le visioni antropofaghe e volutamente nauseanti di “Secretion market”, oppure in “Io e il kebab di Mustafà”: “L’intero mondo si nutre di guano” (pp.95). Tratti decisamente più enigmatici, orrorifici, futuristici, onirici e caratterizzati da dosi massicce di surrealismo quelli presenti in “La strega”, “Sepolta viva”, “I tanti volti di Ingrid”. Le illustrazioni di Daniele La Placa, tra teschi in contesto casalingo, quarti di carne con volti umani e umani senza volto, completano al meglio queste pagine dedicate ad un campionario multiforme di disagi mentali e sociali.

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