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“In questa valle che abbiamo presidiato per anni sono finite per confluire tutte le paure scese dai monti: stupri, massacri, mezze verità che insinuano nella loro testa il dubbio che quella fila sarà l'ultimo posto …

j'Mer, 19 Mar 2014 11:54:36 +0100p*https://www.lankenauta.it/?p=13231eLankenautafCome fossi solo

“In questa valle che abbiamo presidiato per anni sono finite per confluire tutte le paure scese dai monti: stupri, massacri, mezze verità che insinuano nella loro testa il dubbio che quella fila sarà l’ultimo posto dove vedranno i loro uomini.” (pag. 162)

Leggere Come fossi solo, romanzo d’esordio del toscano Marco Magini sulla strage di Srebrenica, mi ha fatto ricordare un vecchio articolo di giornale – che purtroppo non sono riuscito a ritrovare online – in cui si intervistava un mercenario nella guerra della ex-Jugoslavia. In quella intervista, che credo di ricordare abbastanza bene perché mi colpì come colpiscono un’infinità di piccoli dettagli e grandi fatti durante l’adolescenza, l’intervistato raccontava quella che era stata la sua vita da mercenario, in cosa consisteva conquistare e mantenere una postazione, un villaggio, quel che era, gli avvertimenti che lasciavano ai nemici lungo la via. Poco prima che esplodesse la situazione jugoslava c’era stata la famigerata prima guerra del Golfo, la prima guerra in diretta tv, la guerra “intelligente”, i missili Scud e i Patriot, il cattivo Iraq di Hussein e il buon Kuwait, e soprattutto gli importantissimi, fondamentali, pozzi di petrolio. Pozzi di petrolio assenti nel territorio jugoslavo. La guerra raccontata dal mercenario sembrava di tutt’altro genere: una gara all’efferatezza per far capire al nemico di essere più tosto e cattivo di quanto non sia lui. Un gonfiarsi di muscoli su qualunque pezzo di carne passasse nel proprio raggio d’azione. Non una guerra a distanza come quella che si vedeva in tv, ma una guerra di corpo a corpo. Il mercenario, di cui non ricordo la parte per cui combatteva, era diventato ovviamente un eroe per i suoi, e un criminale per gli altri. Ci sarebbero tante altre piccole memorie come questa che il libro di Magini ha risvegliato, né tutte molto attinenti all’argomento, ma tant’è. Sono aspetti non sempre e non tutti pertinenti a ciò che si legge, ma che al tempo stesso penso siano tra quelli che più orientano la propria opinione su quello che si sta leggendo, perché quando un libro accende nel suo lettore e nella sua lettrice tante connessioni la pagina scritta smette di essere altro da sé per iscriversi nel tessuto delle esperienze della persona, riuscendo a ritagliarsi un posto nella nostra geografia intellettuale, e magari sentimentale. Dunque Come fossi solo, almeno a me, ha premuto qualche interruttore nel cervello, riattivando memorie che da qualche tempo erano rimaste sepolte sotto altro, e di questo non posso che essere grato.
Ma veniamo al romanzo, costruito intorno alle tre voci di Dražen, Dirk e Romeo: un serbo-croato che vede nell’arruolamento all’esercito serbo l’ultima spiaggia per far sopravvivere la sua famiglia, moglie e figlia di pochi mesi; un giovane olandese dei caschi blu di stanza a Srebrenica; un giudice spagnolo che per la prima volta va al Tribunale Penale Internazionale. Il primo è uno degli uomini della strage, il secondo è uno di quelli che non l’ha impedita, il terzo è chi l’ha giudicata. In poche parole, la narrazione segue i tre diversi punti di vista ripercorrendo quei giorni di luglio del ’95 e, nel caso del giudice, le discussioni interne alla corte e i suoi dubbi relativi al caso. Quali dubbi?
Dražen Erdemović è l’unico reo confesso della strage, l’unico processato, l’unico condannato, l’unica persona che ha pagato per quei fatti: diecimila, forse più, persone giustiziate, tra cui vecchi, ragazzini, sepolti in fosse comuni che dopo mesi furono riaperte per spostarne i cadaveri in modo che fosse ancora più difficile trovarli, riconoscerli. Quali dubbi ci possono essere nel condannare una persona che si dichiara colpevole di avere ucciso una settantina di esseri umani?
Ci sono, questi dubbi, perché Erdemović…non poteva fare altro: o uccideva, o si accomodava tra le file di coloro che dovevano essere giustiziati. Ma hai una famiglia, che ti aspetta, a casa. Una figlia che non sai quanto sia cresciuta, chissà se la riconoscerai, se ti riconoscerà.
Magini è bravo nell’intrecciare le tre storie, nell’immaginare questi tre uomini “comuni” di fronte ad un’idea, quella della pulizia etnica, che diviene reale tra le loro mani, a causa delle loro mani, e che le loro mani devono giudicare. Sono le mani di Dirk a fare la lista che potrebbe salvare qualcuna delle persone che ha cercato rifugio alla base dei caschi blu di Potočari (sei chilometri da Srebrenica), sono le mani di Dražen a sparare, sono le mani del giudice Romeo a firmare (insieme a quelle degli altri giudici) il giudizio del Tribunale.
Nessuno dei tre è un eroe, nessuno dei tre è davvero un mostro, nessuno dei tre è troppo diverso da noi. Ognuno di loro si trova in una situazione in cui non avrebbe voluto, o meglio, non avrebbe mai immaginato di potersi trovare, ma essendoci finiti, spinti più da motivazioni economico-lavorative che non di ideali (se per i due soldati questo può essere chiaro, anche il giudice Romeo González è lì in cerca dell’atto finale e prestigioso della sua carriera, forse più per soddisfare sua moglie che sé stesso), non riescono ad uscire dai binari della loro scelta, una scelta anche di obbedienza, agli ordini di persone invasate (per Dražen) o di persone che sono troppo lontane dal campo per sapere cosa stia accadendo (Dirk), e alla legge (per Romeo).
È una storia, quella raccontata da Magini, in cui ai tre protagonisti cade tutto dall’alto: tre uomini in balia di una forza esterna e opprimente che li muove verso l’unica azione possibile in cui vi sia, per loro, certezza di vita, pure se marchiata per sempre. In quest’ottica, la scelta del giudice è quella meno impegnativa dal punto di vista personale – per lui non ci sarebbe morte in alcun caso, non è nel luglio del 1995 a Srebrenica come gli altri due – ma al tempo stesso la più significativa in una visione collettiva, perché il Tribunale Penale Internazionale con le sue sentenze fa da chiave di volta sull’interpretazione dei fatti e delle persone che è chiamato a giudicare (e nel romanzo si ricorda il caso di Albert Speer). Un libro, Come fossi solo, semplice e complesso: semplice nella costruzione, nel linguaggio utilizzato, nella linearità del succedersi delle azioni; complesso nel suo parlare di guerra e nel cercare un giudizio, sulla guerra e sugli interventi dei corpi di pace, perché la guerra “funziona” con altre regole rispetto a quelle della vita civile, regole che prevedono rarissimi scarti rispetto alle due opzioni del seguirle o morire. Un esordio già segnalato al Premio Calvino lo scorso anno e che sarà in lizza per lo Strega, e ben vengano i premi quando i libri che concorrono battono strade così dure e difficili, dure e difficili per l’argomento, i temi, certo, e anche perché l’autore rende una testimonianza “falsa” e indiretta di ciò che realmente avvenne, facendo però sentire come “vero” ciò che è frutto del suo studio della vicenda e degli atti del processo.
Il libro termina con una Nota in cui Magini ci informa brevemente sui fatti, le persone, le responsabilità accertate o meno nella vicenda, di cui gravi e rilevanti quelle a carico della missione di pace, che portarono ad esempio alle dimissioni del governo olandese in carica nel 2002, ma in generale resta l’impressione di una incapacità a fare i conti con qualcosa che stava accadendo di così inimmaginabile da preferire il continuare a pensare che non fosse possibile. Una “cosa” tanto oltre i limiti da non essere considerata possibile se non dopo. La differenza tra l’immaginare un male di tali proporzioni e l’averlo realmente di fronte.

“Intorno, nel piazzale, solo le donne combattono ancora, urlano, protestano. Gli uomini rimasti sono in fila, rassegnati, le teste basse. Li guardo e mi sforzo di non pensarci, li guardo e mi sforzo di dirmi che non stanno andando al patibolo, io sono la prova vivente che non stanno per essere uccisi. I serbi non ci toccheranno, sanno che racconteremo ciò che abbiamo visto una volta tornati a casa. Chiudo gli occhi e respiro profondamente sforzandomi di non piangere. È così, deve essere così, non può essere altrimenti.” (pag. 166)

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