L’economia delle cose è la prima opera narrativa di Elena Varvello, una raccolta di racconti uscita nel 2007 per Fandango, candidata al Premio Strega e vincitrice di premi come il Bagutta Opera Prima. L’autrice aveva già pubblicato due raccolte poetiche, Perseveranza è salutare (Portofranco 2002) e Atlanti (Canopo 2004), oltre a racconti e interventi su quotidiani e riviste. Da allora le sue pubblicazioni si sono arricchite comprendendo anche la forma romanzo, ma oggi facciamo questo tuffo nel passato. L’economia delle cose è stato uno di quei libri che, per un motivo o un altro, ogni tanto tornava alla mia attenzione ma che non avevo mai preso. L’ho poi rincontrato qualche tempo fa in una libreria e, nella sorpresa di trovarmelo fra le mani, l’ho comprato. A 9 anni dall’uscita mi sono così apprestato a leggerlo. Adesso che l’ho finito già da giorni e che le sue storie continuano a lavorarmi dentro non posso che sentirmi contento e idiota al tempo stesso.

Il libro conta 9 racconti densi, che sono colpi al cuore, ma al tempo stesso sono calmi, quieti, sottovoce. La copertina mostra una strada, di notte, illuminata solo dalla luce di lampioni, con le macchine parcheggiate di lato, e tutto questo coperto di neve. Anche le storie sono così, come sepolte dalla neve. Tu stai camminando in questo paesaggio nevoso e all’improvviso senti come una voce. Cerchi di capire da dove viene e alla fine scopri un piccolo buco, un foro nel manto bianco che non sai dove vada a finire, ma da cui viene questa voce che tu non puoi fare a meno di stare ad ascoltare, nonostante tu debba metterti giù per sentirla, accostare l’orecchio al foro, la pelle poggiata sulla neve. Ascolti così, tra la meraviglia e l’angoscia, la bellezza e la paura. L’aspetto più inquietante è che, anche se riconosci una voce umana, tu non faccia niente per tirarla fuori di lì, non ti venga in mente che sia di qualcuno in pericolo, perché temi di perdere una parola di ciò che dice; poi arriva la fine delle storie e ti rendi conto di aver letto un libro, ti ritrovi nel luogo in cui avevi cominciato la lettura e ti guardi intorno con circospezione. Forse quella voce è stata sepolta, era solo una voce, e sfogliando le pagine è arrivata a te.

Sono racconti in cui al centro ci sono le relazioni tra le persone, come esse si possono formare, cambiare, evolvere, disfare, e come tutto questo accade così, in un attimo di distrazione, senza pensare davvero che qualcosa possa succedere a noi: ti allacci uno scarponcino, perdi di vista tuo figlio, tua moglie che d’improvviso vede qualcuno che non c’è, tuo zio che arriva una sera e dopo qualche tempo tuo padre se ne va, rumori troppo insoliti di notte per casa, una ragazzina e un uomo che vanno nel bosco, il padre che ha lasciato tua madre per una donna più giovane e ora sta morendo, tu e tuo fratello vi allontanate, con l’età, andate a fare la spesa e lui scompare, parole non dette che covano per anni e anni e finiscono con l’ammalare. Racconti in cui le abitazioni sono parte fondamentale, non solo per le azioni che vi si svolgono dentro, ma per ciò che custodiscono, nascosto o in evidenza. Gli oggetti che parlano delle persone che li possiedono, a volte oltre la loro volontà. Varvello ricostruisce gli episodi come fossero miniature, attenta a ogni dettaglio. In più, ogni piccola storia, seppure slegata dalle altre, è in successione tale da dialogare, quasi aggiungere, mano a mano che si va avanti nella lettura, particelle che permettono di comprendere meglio i racconti precedenti, fino ad arrivare all’ultimo Cosa manca?, in cui l’autrice sembra parlare proprio della costruzione delle storie attraverso una delle protagoniste. Ci mostra come le storie possano prendere strade irreali anche se molte delle informazioni da cui partono sono vere, autobiografiche, come il falso possa arricchire una storia e allo stesso tempo farla crollare, come queste siano un ponte tra chi le narra e chi le ascolta, e come, nel caso di qualche pezzo fuori posto, nonostante la bella idea iniziale, si possa fare gran danno. Una distrazione, una parola taciuta e una non voluta udire, una attenzione disattenta, basta così poco per creare delle piccole crepe che hanno bisogno poi di un lungo lavoro perché tutto non crolli.

“C’era qualcuno che li aveva tenuti d’occhio, come se la casa fosse fatta di vetro. C’era qualcuno che aveva impiegato il suo tempo in questo modo, che non aveva cambiato idea, nonostante la neve, nonostante le complicazioni. Qualcuno che conosceva bene la disposizione di porte e finestre. Qualcuno che adesso si stava muovendo fra i loro mobili, sul loro pavimento, sui loro tappeti. Le loro cose, ammucchiate, accatastate o sistemate sui ripiani, contro i muri, negli angoli. Appese, distese, impilate. Cose che erano di lei, di lui, oppure di entrambi. Cose per cui avevano speso dei soldi. Cose che avevano scelto insieme sfogliando cataloghi, girando per negozi. Televisore, frigorifero, lettore CD, videoregistratore, cassette, libri, servizi di piatti, vasi, quadri, sottobicchieri, candele, una collezione di piccoli specchi colorati, pietre e conchiglie raccolte con la bambina sulla spiaggia. Cose che probabilmente sarebbero rimaste dopo di loro, a riempirsi di polvere, a ingiallire. Si sarebbero formate crepe nei muri, le tende sarebbero diventate carta vecchia, friabile, l’intonaco si sarebbe sfaldato. E già adesso c’erano tubi da riparare, crepe da stuccare. Infiltrazioni di umidità, macchie sul soffitto, aloni scuri intorno alle lampade a muro e sopra i termosifoni. Ragnatele, polvere sotto i mobili. Il tempo li avrebbe invasi, spazzandoli via. Quello che sarebbe successo al loro corpo sarebbe successo alla casa. Un processo lento e inarrestabile a cui avrebbero cercato di porre inutilmente rimedio. Non era così per tutti?” (da L’invasione, pag. 129)