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E' uscito nell'aprile 2011, per i tipi di Atmosphere, il romanzo "Textile" della scrittrice israeliana Orly Castel-Bloom. Una storia contemporanea che la vita di una borghesissima famiglia di Tel Aviv, meglio: del quartiere Tel Baruch …

j'Sab, 23 Apr 2011 17:12:03 +0100p*https://www.lankenauta.it/?p=13491eLankenautafTextile

E’ uscito nell’aprile 2011, per i tipi di Atmosphere, il romanzo “Textile” della scrittrice israeliana Orly Castel-Bloom. Una storia contemporanea che la vita di una borghesissima famiglia di Tel Aviv, meglio: del quartiere Tel Baruch nord di Tel Aviv che “benché sia stato edificato in un batter d’occhio e sia completamente nuovo, emana vecchiaia e stabilità, in barba alla transitorietà dell’esistenza“. Un meraviglioso, posticcio, lussureggiante quartiere adatto ad ospitare persone in vista proprio come i protagonisti di “Textile”. Il “tessuto”, infatti, ha qualche attinenza con il romanzo. Perché Amanda (o Mandy) è proprietaria della “Sogni d’Oro”, un’azienda che produce pigiami in purissimo cotone per ebrei ortodossi mentre suo marito Irad è un illustre scienziato incaricato dal Ministero della Difesa di realizzare una uniforme che possa salvare i soldati da qualsiasi evento terroristico. Amanda, oltre ad essere un’imprenditrice, è anche una donna piuttosto attenta al suo aspetto. Non a caso si sottopone, più o meno regolarmente, ad interventi di chirurgia plastica. Irad, dal canto suo, è troppo egoista, borioso ed individualista per avere l’accortezza di notare qualcosa di diverso da sé e dai suoi impegni di lavoro. I figli della coppia sembrano il prodotto perfetto di tali contraddizioni: Dael è un cecchino dell’esercito israeliano che trova un suo equilibrio e un po’ di serenità solo nella lettura dei grandi classici di ogni tempo, Lirit è una ragazza fragile e insicura che ha scelto di convivere con un uomo molto più grande di lei in una sorta di fattoria biologica.

L’agio economico, le comodità e il lusso non fanno la felicità di nessuno dei quattro. Ogni componente di questa apparentemente tranquilla famiglia di Tel Aviv ha dentro di sé un qualcosa di guasto, di irrimediabilmente corrotto ed insano. Mandy si sottopone ad un nuovo intervento di chirurgia per sostituire le sue scapole e tornare ad avere una schiena bellissima e ancora attraente. Eppure è una donna che ama sprofondare nei torpori dell’anestesia solo per isolarsi, almeno per un po’, dal mondo in cui vive e, soprattutto, per non pensare al destino di morte che potrebbe incontrare il suo adorato figlio Dael. Irad è un personaggio vagamente detestabile, concentrato prevalentemente sul suo prestigio di studioso che si rifugia momentaneamente negli USA perché convinto da una scienziata in grado di passargli utilissime informazioni su quella che dovrebbe diventare l’invenzione del secolo. Dael è un giovane come tanti con una missione troppo grande di lui, cerca di addolcire la sua esistenza di assassino con la bellezza di capolavori senza tempo. Irad, piagnucolante o ribelle, fluttua confusa tra i suoi doveri e i suoi perenni ma inconsistenti sensi di colpa senza avere la più pallida idea di chi sia e di cosa desideri.

Se il maestro Robert Altman un giorno dovesse decidere di raccontare il disfacimento e la disgregazione della ricca società israeliana, potrebbe tranquillamente ispirarsi a questo libro. Un disfacimento e una disgregazione che somigliano molto a quelli della società occidentale più in generale. Micro-universi in cui c’è tutto ciò che di materiale si possa desiderare ma manca del resto. I personaggi di questo romanzo, scritto con acutezza e stile, sono isolati ed aridi, individui accorati che non sanno provare alcun sentimento autentico, che si piegano alle loro smanie e si conformano amabilmente ai loro egocentrismi.

Nemmeno la morte riesce a riunirli. Nemmeno un lutto inaspettato e terribile sa restituire loro un minimo di compassione. Ognuno reagisce con una propria forma di fuga. Perché, in fondo, è esattamente quella la soluzione che hanno imparato ad attuare: comoda, indolore, efficace ed immediata. Il prodotto perfetto di una mentalità abituata al consumo, che si adegua al provvisorio e che preferisce intorpidire con l’esaltazione dell’inutile e del vago pur di non affrontare dignitosamente e seriamente un evento.

“Textile” è l’affresco ironico ma anche amarissimo di un contesto familiare che somiglia banalmente a tanti altri. Constatazione sconcertante di una “normalità” sempre più diffusa e, addirittura, agognata perché, in Israele o altrove, desiderare di avere (o apparire) risulta sempre più interessante di desiderare di essere.

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