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j'Dom, 11 Feb 2018 20:21:13 +0100p*https://www.lankenauta.it/?p=13528eLankenautafCredere. Dopo la filosofia del XX secolo

Nel novembre del 2005 fecero molto discutere – almeno negli ambienti accademici – alcune affermazioni di Dario Antiseri, contenute in un articolo di “Vita e Pensiero”. Sostanzialmente il filosofo cattolico prendeva le distanze da una certa idea di relativismo, di individualismo e di nichilismo che aveva fatto di Benedetto XVI il campione di una presunta riscossa cristiana contro il dilagare di ateismo e di laicismo. Potevamo leggere infatti: “non è la scienza che nega lo spazio della fede. Questo spazio hanno preteso di cancellarlo filosofie – esiti di pensiero forte – nelle quali, con motivazioni differenti, si è creduto di divinizzare l’uomo ed eliminare Dio”. Pensiamo appunto a tutti i tentativi di usare la ragione al fine di proibire lo spazio della fede: dalle svariate forme di materialismo, al positivismo che nega ogni trascendenza, all’ateismo esistenzialista di Sartre e di Merleau-Pointy, al marxismo, agli strutturalisti, ai neopositivisti. Una “truppa d’assalto” che, come ricorda il  nostro autore, soprattutto in epoca contemporanea ha preso di mira il Cristianesimo: gli assoluti terresti contro l’assoluto trascendente. Molti degli argomenti di Antiseri in realtà erano stati già messi nero su bianco nella prima edizione di “Credere”, un saggio breve, di facile lettura, ricchissimo di citazioni – tra i tanti Popper, Wittgestein, Kierkegaard, Ludwig von Mises, Vattimo – , concepito come “una specie di lettera agli amici in cui da una parte tornare sull’idea che la fede è possibile solo in un universo della contingenza e dall’altra mostrare le difficoltà non evitabili della scelta atea”.

Così in quarta di copertina: «Se non hai dubbi, non hai fede – grandi mistici hanno sperimentato” la notte dell’anima”. Ma l’ateo può dire che la sua è una vita vissuta alla luce della verità, di una verità non incrinata da alcun dubbio, non offuscata da nessuna ombra? L’ateo, soprattutto quando si mostra troppo sicuro di sé (e il caso non è raro), usa al meglio la sua ragione o ne abusa? Ha argomenti davvero convincenti in grado di cancellare ogni traccia di mistero? “Io non mi considero un uomo di fede. Mi considero un uomo di ragione, di una ragione piccola piccola, che non ha niente a che vedere con gli ‘assoluti terrestri’, ma è aperta al mistero, esattamente come qualsiasi uomo religioso”. Questo scriveva Norberto Bobbio ad Antiseri in una lettera del 18 dicembre 1999». Il ragionamento di Antiseri torna ripetutamente su alcune idee chiave, in primis sul fatto di mettere in guardia da un abuso della ragione e che, sulla scorta del pensiero di Bobbio e Pareyson, non è certo la filosofia a gettare luce sul senso ultimo della vita o a dimostrare l’esistenza o la non esistenza di Dio: “perché la scienza dà risposte parziali e la filosofia pone solo domande senza dare risposte”. Ne consegue che angoscia e disperazione sono interpretate come vie alla fede e, nel contempo – affermazioni che sono pura kriptonite per i Piero e Alberto Angela della situazione – “la teoria evolutiva della vita non cancella il problema religioso, ma lo fa emergere” (pp.13). Una delle domande capitali che si pone Antiseri, e non solo lui, è se davvero il mondo “per essere investigato scientificamente deve essere già desacralizzato” (pp.15). A domanda retorica segue una risposta molto chiara: “insanabile non è la tensione tra la sfera dei valori della scienza e quella della fede religiosa; insanabile è, piuttosto, la tensione tra quella ‘religione della scienza’ che è lo scientismo e la fede religiosa” (pp.17). Torna quindi, espressa in altra forma, l’idea di Bobbio, che pure non si considerava uomo di fede e che in una lettera ad Antiseri affermava: “lo scienziato di oggi, a differenza del razionalista assoluto, più sa e più sa di non sapere” (pp.23).

L’autore, non a caso, cita spesso Ludwig Wittgestein, secondo il quale “credere in un Dio vuol dire vedere che i fatti del mondo non sono poi tutto”. In altri termini “la fede è possibile solo in un universo della contingenza” e che “l’uomo non è capace di costruire un senso assoluto e razionale della vita umana” (pp.34). Da qui la polemica nei confronti di una “ragione presuntuosa” che “via via nel corso dei secoli ha costruito assoluti terrestri, negando lo spazio del sacro ovvero occupando indebitamente lo spazio del sacro” (pp.50); mentre è proprio “la sofferenza innocente lo scoglio su cui si spezza la fede di molti” e che, nel contempo, ci porta al bivio dove dobbiamo scegliere tra l’assurdo e la speranza […] Siamo obbligati a scegliere tra la disperazione e la speranza” (pp.47). Con altre parole Antiseri ha ripetuto in fondo lo stesso concetto, ovvero che la via della ragione a Dio è la via dello scacco e del fallimento: “Il fallimento di chi ha preteso di essere possessore di verità assolute, di sensi ineluttabili della storia” (pp.72). Da qui il senso della polemica su un mal compreso relativismo: “una fede che si fondasse su questa o quella teoria scientifica [ndr: sistema tolemaico contraddetto dal sistema copernicano] sarebbe fede in un Dio precario, alla mercé di teorie che, prima vengono eliminate, e meglio è” (pp.85).

Argomentazioni di un “antimetafisico” che non possono prescindere dal fatto che “se non hai dubbi vuol dire che non hai fede” e che, sulla scorta dell’intuizione di Kant e del pensiero di Hans-Georg Gadamer, è prioritario mostrare “al sapere i suoi confini per fare spazio alla fede” (pp.97). Una prospettiva che ridefinisce secoli di razionalismo e che permette di leggere con altri occhi le parole di Tertulliano, citate, come scrive Antiseri, quasi a voler “respirare”: “È anche morto il Figlio di Dio: è senz’altro credibile, poiché si tratta di una cosa sciocca. E dopo essere stato sepolto è risorto: è una cosa certa, perché è una cosa impossibile” (pp.99).

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