“La stanza indaco” è un libro delicato e struggente, che osa affrontare un argomento molto importante e discusso senza modi urlati o esagerazioni retoriche, ma usando solamente toni soffusi, colori, musiche, sensazioni, piccoli gesti leggeri.

La stanza indaco, così chiamata per via della sua luce particolare, è il reparto di Terapia Intensiva di un grande ospedale, è situata all’undicesimo piano a indicare il suo essere protesa ormai verso l’infinito o verso un’altra dimensione dell’esistere.

Si tratta di una specie di “terra di nessuno” dove “si è cittadini di due mondi: quello spirituale e quello materiale, né completamente vita né ancora della morte, con un piede nel mondo fisico e l’altro piede poggiato sull’infinito”.

Dai letti, circondati da macchinari e apparecchiature con le loro luci e i loro suoni, si vedono le colline e pare che siano orientati a seconda della luna.

In questa stanza incontriamo Romeo, un giovane di ventitre anni, malato terminale, suonatore di violino, e India, una ragazza temporaneamente ricoverata che diverrà poi la narratrice della storia.

Tra i due si stabilisce una “corrispondenza d’amorosi sensi”. Spesso impediti a parlare a causa delle rispettive patologie i due inventano un linguaggio di gesti per comunicare e tra loro nasce un amore struggente e tenero, tutto senszioni e piccole attenzioni, cenni delle mani e sguardi.

Ecco allora che un ambiente apparentemente asettico e freddo, un luogo che ci spaventa, spesso un’anticamera della morte, diviene più umano sotto lo sguardo di Romeo e di India, che impara da lui ed ha la giusta sensibilità per capirlo.

“Romeo sembrava volermi dire che l’essenziale lo impariamo comunque, sempre, anche senza parlare, e che si capisce una cosa quando si è acquisito il diritto di capirla. E a volte può servire molto tempo prima di acquisire questo diritto”.

Romeo non riesce più a suonare il violino (immaginiamo che un ragazzo in salute avrebbe suonato volentieri per la ragazza che gli piace), allora spiega a India la “voce del violino”, una vibrazione interna dello strumento che certi compositori come Stradivari hanno sentito, mentre sceglievano il legno degli abeti rossi col quale costruire i violini. Per Romeo lasciare il suo violino a India è lasciare se stesso e anche farle capire che tutto parla, comunica e lui, con i suoi sensi, riesce a percepire queste molteplici voci.

Ad esempio in reparto è l’unico che sa riconoscere ciascun paziente soltanto dal respiro, la malattia sembra avergli acuito i sensi e averlo reso speciale.

Questo breve romanzo, scritto con eccezionale levità visto l’argomento che affronta, ci porta in un microcosmo generalmente considerato oscuro e angoscioso, mostrandoci come, anche in quei luoghi, possano nascere relazioni, contatti, amori.

“La vita! Una gratuità a cui attingere a piene mani…” spunta dove meno ci si aspetterebbe, s’ingegna per mostrarsi e per continuare in nuove forme o nel ricordo di chi rimane, la fine rimane un mistero che fa paura, “ad attenderci è pur sempre una vita senza tempo e senza spazio. Una vita di cui in fondo non sappiamo prorpio niente”.

Rimangono le speranze, i ricordi e la percezione che chi se n’é andato non è scomparso per sempre.