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Babele rende bene l’immagine di un caos, linguistico prima di tutto. La Babele raccontata da Fontana non è la torre biblica, ma la città di Milano. Uno dei luoghi possibili. Una delle tante città italiane …

j'Dom, 29 Mar 2009 13:01:26 +0100p*https://www.lankenauta.it/?p=13988eLankenautafBabele 56. Otto fermate nella città che cambia

Babele rende bene l’immagine di un caos, linguistico prima di tutto. La Babele raccontata da Fontana non è la torre biblica, ma la città di Milano. Uno dei luoghi possibili. Una delle tante città italiane in cui gli immigrati arrivano, vivono, si muovono, lavorano, parlano. Questo libro racconta un viaggio e alcune storie, perché senza incontrare storie, facce e voci è quasi inutile viaggiare. Otto fermate, quelle della 56: a Milano c’è l’usanza poetica di chiamare i bus al femminile. La 56 è l’autobus degli immigrati, quello che percorre via Padova. Storie in movimento e che parlano la lingua della strada. Persone che hanno lasciato un Paese, il loro, e sono arrivate in Italia con un bagaglio di esperienze, fatiche, speranze, desideri. Immigrati che sono, per una meccanica imprescindibile, prima di tutto emigrati. In ogni caso persone con una storia dentro e addosso. Fontana ne ha raccolte alcune e ce le racconta con uno scrivere nitido e urgente, diretto e aperto. La parola detta è una lama che deve colpire direttamente, e non ha una seconda possibilità. Quindi parte della sfida era riprodurre anche questo linguaggio, alterato sotto la forma di protocollo narrativo scritto. Contenuti meticci, stile meticcio.

Il primo incontro è con Gabriele, nato ad Adua, in Etiopia, sullo scorcio della Seconda Guerra Mondiale, ed approdato in Italia nel 1964. Poi ci sono le storie di José Gonzales e Milca, sudamericani, peruviano lui, boliviana lei, ideatore e segretaria di Editoria Latina; Kais il cuoco tunisino; Kamal, il campione di cricket dello Sri Lanka; Karkadan, il rapper venuto dalla Tunisia; i cinesi Liqin e Huang ed Elija il manovale ucraino.

Ognuno di loro è un viaggio dentro il viaggio. Si sono allontanati dalle loro radici per ragioni diverse e tutti hanno cercato o stanno lavorando per una conquista. La burocrazia italiana non li aiuta molto, i pregiudizi nemmeno. Qualcuno è stato costretto a delinquere perché non ha avuto altra scelta. Sanno che la gente può aver paura dello straniero perché la criminalità immigrata è una realtà, esattamente come lo è quella italiana. L’umiliazione, a volte, è motivo di sofferenza. Conoscono il peso della discriminazione e cercano di conviverci con dignità e qualche silenzio che sa di rassegnazione.

Il grande scoglio per molti è la lingua. Giorgio Fontana si sofferma in vari punti sulla moderna Babele. Arrivare in un nuovo Paese e non conoscere la lingua è un handicap per chiunque. Non poter comunicare con gli altri crea barriere ancora più profonde di quelle tracciate da una faccia, da un colore o da un abito. Alcuni hanno chiesto aiuto ai centri appositi, altri hanno semplicemente imparato l’italiano vivendo in Italia. L’intento è sempre lo stesso: entrare a far parte di una cultura altra, riuscire a sentirsi accettati e rispettati. Perché il rispetto passa anche attraverso la possibilità di comunicare, di capire e farsi capire.

La volontà è quella di essere ospiti e, come tali, obbligati a mostrare il lato migliore della loro cultura. Non è sempre così facile né così scontato. La realtà crea tante fratture e numerose deviazioni. L’occidentalizzazione è una fase spontanea, spesso latente o quasi involontaria. Per alcuni una sconfitta riconosciuta, per altri un passo necessario che non prevede abiure.
E’ una Milano che esiste e che muta, anche al di fuori, o a di sotto, dell’attenzione e della considerazione dei milanesi stessi. Le città si arricchiscono (perché di ricchezza deve trattarsi) di voci, lingue, tradizioni, spazi diversi, lontani da quelli esistenti ma ugualmente vivi ed importanti. I mutamenti sono assorbiti e trasformati in nuovi tessuti urbani e sociali. Chi nega questo passaggio o cerca di arrestarlo, probabilmente contraddice il tempo in cui vive e si prepara all’inevitabile sconfitta umana e culturale.
Un libro generoso “Babele 56”. Perché insegna ed apre piccoli mondi e lo fa attraverso una scrittura godibile, intelligente ed attenta.

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