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Isole Faroe. Mai sentite nominare, almeno fino ad oggi. Scopro la loro esistenza grazie all'opera prima della danese Siri Ranva Hjelm Jacobsen: si tratta di un gruppo di diciotto isolette ubicate nelle fredde acque del …

j'Mer, 28 Mar 2018 16:49:30 +0200p*https://www.lankenauta.it/?p=14033eLankenautafIsola

Isole Faroe. Mai sentite nominare, almeno fino ad oggi. Scopro la loro esistenza grazie all’opera prima della danese Siri Ranva Hjelm Jacobsen: si tratta di un gruppo di diciotto isolette ubicate nelle fredde acque del triangolo d’Atlantico tra Islanda, Norvegia e Scozia. Le Faroe sono formalmente parte integrante del Regno di Danimarca, stimata nazione europea, eppure, sarà per la distanza, sarà per la civiltà, sarà per una lingua a sé, le Faroe sembrano un microcosmo disgiunto dalla madrepatria e dal continente che le contiene. Un territorio che gode di un’identità ben distinta e preservata dai suoi abitanti, estremamente orgogliosi di essere faroesi più che danesi. Il mare è pescoso ma gelido, le scogliere si lanciano a capofitto nelle acque, la terra è dura e compatta, verdissima e sferzata da venti glaciali. In tanti non riescono ad avere futuro qui per questo scelgono, spesso a malincuore, di abbandonare le isole per approdare in Danimarca. La Jacobsen discende direttamente da una famiglia che proviene da Suðuroy, la più meridionale delle isole Faroe e a questa terra delle origini e della nostalgia ha dedicato la sua prima opera letteraria.

All’inizio è Marita. Ossia omma. Ossia la mamma della mamma di Siri. Marita sta per partire da Suðuroy e raggiungere Fritz, l’uomo che ama e che è andato via prima di lei alla ricerca di un lavoro migliore. Siamo negli anni Trenta e in molti scelgono di lasciare le isole per cercare fortuna in Danimarca. “Nel paese in cui è diretta c’è una ferrovia. Marita immagina i binari che tagliano la terra abitata come un fiume. Le persone trascinate dalla corrente. Prendere un treno. Si può scendere dove si vuole. In una città, forse. In un’altra città. In un bosco“. Lasciare la propria terra non è affatto semplice per nessuno ma sembra che abbandonare un’isola, la propria microscopica isola, lasci dentro un’amarezza ancora più profonda e sconcertante.

Tra i racconti sul passato e la vita di Marita e Fritz e quelli al presente narrati in prima persona da Siri si dispiega l’intero romanzo. Frammenti, immagini, esperienze, ricordi. Elementi che si affastellano e si annodano come le esistenze di chi li ha vissuti o solo sentiti raccontare, come la scrittrice che qui si fa personaggio. Lei appartiene ad una generazione diversa rispetto a quella dei nonni migranti e diversa da quella dei genitori da loro discesi. Marita è partita, sua nipote ritorna proprio per celebrare il funerale della nonna. Un viaggio a ritroso che la porta alla scoperta e alla visione di una terra che, nonostante tutto, le appartiene come le appartiene il sangue di omma e abbi. Ieri e adesso si alternano e si bilanciano costantemente durante tutta la durata della storia. Tornare alla casa dei nonni è sempre un viaggio nella memoria: “Il grano era sempre mosso dal vento tutt’intorno alla casa dove vivevano abbi e omma quando ero piccola. Era sempre estate. La casa era nei weekend, nelle ferie istituzionali. La pensavo così: la Casa in mezzo ai campi. Abbi l’aveva costruita con l’aiuto di qualcuno dei fratelli“.

Altro protagonista imprescindibile, accanto a bei personaggi in carne ed ossa, è il paesaggio delle Faroe. Lì si concentra tutto il fascino, tutta la potenza evocativa ed immobile di terre che sembrano perennemente immerse in leggende e mitologie antichissime e nebbiose. La montagna azzurra che incombe sul villaggio, l’erba che dorme, la vista sul fiordo. E poi l’odore del sanguinaccio arrostito o dell’acquavite. Una miriade di stimoli visivi, olfattivi, percettivi. Sensazioni di chi vive, ricorda e racconta e lo sa fare piuttosto bene. Poiché Siri Ranva Hjelm Jacobsen, seppur esordiente, dimostra di possedere il talento dei buoni scrittori. Il suo stile sa di poesia e della poesia trasmette tutta l’originalità e la spinta emotiva. Frasi per lo più brevi e intrise di profonda bellezza, frasi capaci di trasmettere in maniera evidente l’amore dell’autrice per le sue radici e per l’isola a cui queste radici sono impiantate da sempre. Emigrare, lasciare la propria casa, spezzare o sospendere i legami affettivi che esistono genera sempre l’urgenza di un ritorno, il desiderio di affermare la propria identità in maniera inequivocabile così da ripristinare o rinsaldare un contatto con i luoghi in cui probabilmente non si è nati ma da cui si sente intimamente di provenire e che si possono chiamare “casa”.

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