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Dejanira Bada, classe 1984, nella pagina del sito da lei curato, Vibrazioni Yoga, racconta la sue attività e le sue passioni: è scrittrice, giornalista, direttore di Jaymag.it e insegnante di Yoga e meditazione. Trovandomi lontana …

j'Lun, 28 Mag 2018 06:40:13 +0200p*https://www.lankenauta.it/?p=14409eLankenautafIl silenzio di ieri

Dejanira Bada, classe 1984, nella pagina del sito da lei curato, Vibrazioni Yoga, racconta la sue attività e le sue passioni: è scrittrice, giornalista, direttore di Jaymag.it e insegnante di Yoga e meditazione. Trovandomi lontana anni luce dalle suggestioni delle filosofie e delle religioni orientali e dal mondo che in Occidente ne ha ripreso alcune delle istanze, ho incontrato l’Autrice nel suo esordio letterario “Il silenzio di ieri” prima di leggere qualsiasi cosa sui suoi interessi e questa assenza di pre-giudizio mi ha aiutato a entrare nel romanzo con l’equilibrio e la curiosità che – ammetto sinceramente – mi sarebbero mancati sapendo tante cose di lei in anticipo.

In forma di diario-lettera al marito prematuramente scomparso, Virginia, la protagonista, si racconta e racconta al suo uomo che ne è di lei dal momento in cui è rimasta sola. Giornate di grande vuoto interiore ed esteriore (il silenzio, appunto) lasciano gradatamente spazio fisico e mentale a una dimensione di vita completamente nuova. Ci vuole tempo per elaborare un lutto, accettare una perdita, far diventare parte integrante dell’oggi ciò che ha rivestito molto del nostro vissuto precedente. La morte di una persona cara è un passaggio che chiede un riassetto dell’esistenza, la novità sconvolgente dell’essere rimasti soli diventa un punto cruciale della quotidianità dimezzata e orfana.

Un tempo le grandi famiglie, per quanto le relazioni potessero essere complicate da gelosie, spazi di condivisione troppo stretti e costrizioni economiche, venivano in soccorso ai loro membri in momenti del genere. Oggi le vite separate in fretta per lavoro, per scelta, per desiderio (anche giusto) di autonomia dagli affetti della famiglia di origine, l’incapacità di relazioni vere dopo l’età scolastica, soprattutto nei contesti metropolitani, e, non ultima, una considerazione della morte totalmente dis-umana (la morte di fatto è stata bandita dall’immaginario collettivo), mettono tutti nella condizione di dover affrontare la separazione di un convivente nella prospettiva della più totale solitudine.

Virginia non sfugge a questo destino. Allontanatasi volontariamente da genitori per lo più assenti e anaffettivi, ha scelto di vivere con un uomo (il nome chissà perché lo scopriremo solo verso la conclusione del diario, quasi che su di lui si renda necessaria fin da subito una damnatio memoriae inconscia, per cui forse si dimentica prima ciò che non si nomina) molto diverso da lei e tuttavia complementare, il quale, come nella migliore delle tradizioni sentimentali letterarie (e non), nel ricordo brilla di una luce pura e quasi angelica. La memoria ossessiva e onnipresente viene solo di rado scalfita dalla “vita che continua”. Virginia vuole in qualche modo opporsi al buio e al vuoto che la assalgono e quindi viaggia, lavora, cerca di fare volontariato, frequenta corsi di yoga, ma soprattutto capisce ben presto che dipende da lei risalire la china di un dolore insopportabile.

Ce la farà, grazie alla scoperta di una se stessa nuova, non legata indissolubilmente all’uomo che amava (o meglio, via via sempre meno legata alla sua invisibile presenza carica di tutto ciò che vorrebbe ancorarla al passato con lui), e grazie alla scoperta dell’altro inteso come un’umanità bisognosa, ma felice di esistere, che può regalare anche a lei un senso nuovo della vita, degli affetti, e perfino della fede.

La consapevolezza di qualcosa che si è definitivamente concluso assieme alla vita a due ormai spezzata, con tutti i ricordi di un tempo nel quale però è ora di depositare anche altre parti di sé (lavoro, amicizie, un modo di essere e pensare poco compassionevoli), conduce a orizzonti geografici e umani totalmente nuovi, a desideri finalmente espressi (come quello della maternità da sempre rifiutata) e alla capacità di riprendere appieno in mano la propria esistenza senza cancellare il passato, ma senza neppure incatenarcisi dentro.

Ho trovato il romanzo di Denjanira Bada a tratti molto profondo e suggestivo, più debole in altri passaggi. Nascondere se stessi non è cosa facile, ma a mio parere se non si sta scrivendo un’autobiografia si dovrebbero cancellare gli indizi del proprio vissuto e non utilizzarli per descrivere una vita terza che si capisce fin troppo bene essere quella dell’autore e la cui distanza con la vera finzione letteraria risulta stridente. Piccoli peccati veniali, intendiamoci: in un’epoca di ipertrofismi social-letterari Il silenzio di ieri è comunque un’opera prima apprezzabile e ben confezionata, che può senz’altro anticipare nuove convincenti narrazioni. Il tema difficile dell’accettazione della morte di una persona cara assume in queste pagine una delicatezza per nulla scontata, in alcuni passaggi è coraggiosa lezione di vita che può contrapporre alla mentalità dominante, poco propensa a guardare a dimensioni spirituali, l’indicazione di una prospettiva migliore verso la quale incamminarsi per recuperare una umanità piena, consapevole, degna. Quale che sia la strada, il percorso e i modi di affrontare entrambi: uscire da sé – perfino nell’inevitabile egoismo del dolore – per incontrare i compagni di viaggio della nostra esistenza è senza dubbio il modo migliore per svolgere il compito cui siamo stati tutti chiamati: vivere.

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