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Un racconto. Tra i più interessanti di Yehoshua. “Tre giorni e un bambino” è stato scritto nel 1965. Tre giorni sono quelli in cui un giovane laureando in matematica, Ze’ev, si impegna a tenere con …

j'Dom, 14 Set 2008 16:32:52 +0100p*https://www.lankenauta.it/?p=15952eLankenautafTre giorni e un bambino

Un racconto. Tra i più interessanti di Yehoshua. “Tre giorni e un bambino” è stato scritto nel 1965. Tre giorni sono quelli in cui un giovane laureando in matematica, Ze’ev, si impegna a tenere con sé un bambino, il figlio di Haya, la donna di cui, nonostante il tempo e gli eventi, rimane innamorato. Ze’ev lavora come insegnante a Gerusalemme, vive in un appartamento con Yael, compagna perennemente impegnata nei suoi studi di botanica, e che non ama: tra noi non c’è amore, ci comprendiamo a meraviglia. […] I nostri sguardi si incontrano e passiamo subito oltre. Tanta è la pietà che abbiamo l’uno per l’altra.

E’ estate. Ci sono le vacanze ma Haya e suo marito Dov lasciano il kibbutz per raggiungere Gerusalemme. Devono studiare senza sosta e sostenere gli esami di ammissione all’Università. Chiedono a Ze’ev di tenere con sé il loro bambino. Solo tre giorni. Ze’ev accetta.

Yali ha poco più di tre anni. Somiglia moltissimo a sua madre. Ha gli stessi occhi verdini, la stessa bocca screpolata, la stessa esilità. Dettagli che smuovono i sentimenti di Ze’ev: riconosce porzioni e segni della donna che ama nelle fattezze di Yali e torna ad amarli. Ma il suo atteggiamento verso il bambino è offuscato da una sorta di ostilità che lo spinge ad immaginarne addirittura la morte o ad avere l’impulso di abbandonarlo sul confine della città, tra gli olivi e i cespugli. Prova un insano piacere nello scorgere il bimbo in difficoltà o malato. Ze’ev non fa di certo del suo meglio. E’ negligente, pigro, indifferente. Yali si ammala, ha la febbre alta, ma a Ze’ev non sembra importare granché: Trantanove e quattro. Non morirà. Yali farà come hanno sempre fatto i bambini, da centinaia d’anni. Lotterà da solo. Io non sono un dottore.

In fondo Yali avrebbe potuto essere suo figlio. In realtà è figlio della donna che Ze’ev non ha mai smesso di amare e di un altro uomo. Da qui, probabilmente, il sentimento di “vendetta” che ricade sui figli per una colpa commessa dai padri. I tre giorni trascorrono e il racconto procede tra flashback e riprese. Ze’ev ricorda (e ci ricorda) il periodo in cui aveva conosciuto Haya e se ne era innamorato, il momento in cui aveva rinunciato a quell’amore e abbandonato il kibbutz, il lavoro a scuola tra ragazzini svogliati, il suo incontro con Yael e la nascita del loro sterile rapporto. Le pagine scorrono rapide tra sequenze provenienti dal passato e quelle legate all’insolita presenza del bambino.

Le due donne, Haya e Yael, popolano l’intero racconto, ma sono entrambe fisicamente assenti. La loro esistenza attraversa il libro tramite le parole e le immagini evocate dal protagonista, ma loro vivono realmente altrove e le conosciamo solo per via di pochissime parole pronunciate da Haya al telefono o, infine, e per poche frasi dette da Yael in una stanza da letto grigia e a soqquadro.

Particolare e significativo il ritratto di Gerusalemme: una città vuota, arida, bruciata dal sole e da un incessante vento di scirocco. Qui Ze’ev e Yali giocano a nascondino tra le lapidi del cimitero o cercano, senza riuscirci, di divertirsi in uno zoo semi deserto. La scrittura di Yehoshua è perfetta. A partire dall’incipit che, fin da subito, incatena il lettore alla storia. Le frasi sono brevi, incisive e di una misura che incanta. A tratti punteggiate da un’insolita poeticità. Diverte un certo cinismo di fondo che qualcuno, forse, potrebbe trovare fastidioso.

Ho pensato ai “romanzi di formazione”. “Tre giorni e un bambino” non appartiene appieno a tale filone, ma la convivenza di Ze’ev con un bambino molto piccolo rappresenta un momento di crescita per un uomo che si mette alla prova e si trova a far parte, forse solo per tre giorni e in maniera un po’ goffa, del mondo degli adulti.

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