ddBOOKMOBI- 2|GhMOBIgC8 @EXTHdLuca MenichettiiLetteraturag

Se si dovesse dare retta all' Historical Novel Society, secondo cui "per essere ritenuto storico, un romanzo deve essere stato scritto almeno cinquanta anni dopo gli eventi descritti", allora "S-21" di Giorgio Pescali non dovrebbe …

j'Mar, 02 Giu 2015 12:50:10 +0200p*https://www.lankenauta.it/?p=16021eLankenautaf

Se si dovesse dare retta all’ Historical Novel Society, secondo cui “per essere ritenuto storico, un romanzo deve essere stato scritto almeno cinquanta anni dopo gli eventi descritti”, allora “S-21” di Giorgio Pescali non dovrebbe essere apprezzato come esempio di “narrativa storica”. Comunque la si voglia pensare il senso dell’operazione editoriale è piuttosto chiaro: “La storia [ndr: di Vann Nath], combinata con altre decine di testimonianze, sono state trasformate in un romanzo dalle vicende, lucide e dolorose” (dalla quarta di copertina). Vann Nath, morto nel 2011, è stato un pittore cambogiano, già contadino, diventato famoso per essere sopravvissuto alla famigerata S-21, l’ex scuola adibita dai Khmer Rossi a carcere e presso cui, tra il 1975 e il 1978, vennero detenuti e torturati supposti dissidenti politici, controrivoluzionari e spie. In altri termini un luogo in cui si entrava ma da cui, quasi mai, si usciva. Possiamo parlare di “quasi” proprio grazie a Vann Nath e a pochissimi altri; forse appena nove rispetto decine di migliaia di morti ammazzati. Il pittore contadino infatti riuscì a sopravvivere (e poi a dedicare la propria vita alla testimonianza  di cosa abbia voluto dire la Kampuchea Democratica) perché Duch, il direttore del carcere, lo scelse come ritrattista di PolPot: quel tanto da ritardare ulteriori torture, ulteriori interrogatori volti ad accusare altri Khmer Rossi, e poi, grazie all’invasione dei vietnamiti nel 1978, da evitargli di finire in qualche fossa comune. Ma se anche il protagonista del racconto “ibrido” di Pescali risulta personaggio di fantasia, è chiaro che nel contadino seminalfabeta che, come scrivendo un diario, ricorda le sue disgrazie in prima persona, c’è molto dell’autentico Vann Nath: ogni capitolo è preceduto da un quadro, opera del pittore cambogiano, che anticipa le atrocità poi presenti nel testo scritto; ed inoltre molti sono gli elementi che ricordano la storia del vero sopravvissuto all’S-21. Lo stesso Vann Nath, che fu arrestato nel 1977, ufficialmente per avere offeso l’Angkar (ma: “ero un artista e questo bastava per essere catalogato come nemico” – pp. 189), inizialmente era stato simpatizzante della rivoluzione Khmer, non fosse altro per reazione allo sfruttamento e alla corruzione del precedente regime di Lon Nol. In breve tempo però la realtà della follia comunista prese il sopravvento su ogni illusione, tanto che le rese dei conti tra Khmer Rossi, in un clima sempre più paranoico, diventarono la normalità, facendo sì che i torturatori di ieri diventassero i torturati di oggi: un regime che già prima dell’invasione vietnamita si stava autocannibalizzando come in preda ad una crisi psicotica. In questo contesto, dove il sospetto di non essere sufficientemente leali al “Fratello n. 1” voleva dire la morte, risultava evidente che l’S-21, in teoria diventata “istituto di rieducazione politica” (pp.73), non aveva nulla di rieducativo e difatti gli interrogatori e le torture erano finalizzate soltanto a scovare le prossime vittime: una volta raggiunto quello scopo, chi era stato sottoposto a “rieducazione” doveva essere ucciso.

Il diario di “S-21”, scritto in prima persona e col chiaro intento di evidenziare le ingenuità del protagonista, per lo più ignaro di quanto accadeva nelle alte sfere del regime, magari non rappresenterà un’opera indimenticabile se intesa dal lato strettamente letterario, ma di sicuro potrà essere apprezzata quale efficace divulgazione storica, una volta prese per buone le testimonianze che hanno ispirato le vicende del pittore contadino. Le pagine di Pescali, evitando il resoconto nudo e crudo dei fatti reali, raccontano comunque un verosimile a dir poco drammatico: la veloce involuzione dei liberatori Khmer, almeno agli occhi degli ingenui contadini, in paladini di regime folle, dove il neonato “frutto della colpa” veniva ucciso sbattendolo contro un albero, dove si veniva fucilati semplicemente per il possesso di qualche oggetto prodotto in occidente, oppure per la delazione di un congiunto o per il sospetto di non si sa cosa, dove, in nome di un mondo del tutto  nuovo, si pretendeva la distruzione degli affetti familiari e di ogni proprietà privata, dove i prigionieri politici dell’S-21 vivevano in condizioni tali da dover mangiare i propri parassiti. Un quadro di fanatismo che spiega la deriva autodistruttiva del regime e le torture raccapriccianti inflitte ai prigionieri, a volte incapaci di abbandonare quella fede che fino a poco prima li aveva resi a loro volta aguzzini. Le pagine di Pescali, da questo punto di vista, lasciano poco all’immaginazione e  si addentrano in particolari raccapriccianti e disgustosi, sempre mediati dallo sguardo per lo più pietoso e sconvolto del protagonista. Come leggiamo al termine dell’intervista a Vann Nath, rimane un mistero ancora irrisolto, solo in parte spiegato dalla follia dell’ideologia comunista: “Voglio solo capire quale sia stato il meccanismo che ha prodotto tale regime, tale fobia del nemico […] perché è stato fatto tutto questo? Se il processo si limita solo a condannare, allora è stato tutto inutile” (pp. 191).

FLIS00 00 00 0800 4100 0000 00 00 00ff ff ff ff00 0100 0300 00 00 0300 00 00 01ff ff ff ffFCIS00 00 00 1400 00 00 1000 00 00 0100 00 00 0000 00 16 6800 00 00 0000 00 00 2000 00 00 0800 0100 0100 00 00 0039184007