In questi giorni – novembre 2018 – i media italiani si occupano delle assunzioni in nero del padre di Di Maio e, col consueto sprezzo del ridicolo, l’ex ministra Maria Elena Boschi ha preso la palla al balzo lamentandosi di quel destino cinico e baro che tanto l’ha fatta soffrire: “Mio padre è stato tirato in mezzo ad una vicenda più grande di lui per il cognome che porta e trascinato nel fango da una campagna di odio – attacca la Boschi -: caro signor Di Maio, il fango fa schifo”,  dice riferendosi a Banca Etruria. “Le auguro di dormire sonni tranquilli, e di non sapere mai cos’è il sentimento di odio che è stato scaricato addosso a me e ai miei” (da quotidiano.net).

Lo “storytellig” del complotto dei media ai danni di persone immacolate e perbene non è nuovo anche se – vedi elezioni del 4 marzo 2018 –  per ora sembra non aver avuto molta fortuna. Una “narrazione” che oltretutto è stata demolita in maniera radicale da diverse inchieste giornalistiche, malgrado l’approccio per lo più soffice di gran parte della stampa “impura” e dei suoi editorialisti di riferimento. L’idea di impuro sembra perciò contrapporre la madre costituente Maria Elena Boschi a coloro che vedono la qualità della nostra democrazia insidiata da ben altri pericoli: non il complotto dei giustizialisti, piuttosto un’informazione reticente, fatta di giornalisti con la schiena curva. In merito le parole di Angelo Cannatà risultano eloquenti: “È quanto ha fatto la Repubblica, domenica 25 novembre al teatro Brancaccio, presentando la stampa italiana come assediata dal potere. Non è così, naturalmente. La politica discute di editori impuri che utilizzano i giornali per coprire certi scandali (caso Consip) e ampliarne altri (caso Raggi), eccetera. È un fatto. Ma di questo al Brancaccio non s’è detto nulla perché, secondo una tesi ben sintetizzata da Umberto Eco, ‘non sono le notizie che fanno il giornale, ma il giornale che fa le notizie’, e la Repubblica i fatti, nel teatro romano, li ha cucinati a modo suo”.

Tutti argomenti che il collettivo Lucio Giunio Bruto affronta alla sua maniera, impietosa, con toni che non conoscono mezze misure, proponendoci un aggressivo ibrido tra inchiesta giornalistica e pamphlet. La “Banda Etruria” si riferisce chiaramente alla “Banca Etruria” e ai “35 anni di maneggi, truffe e scorribande a carico dei risparmiatori”: una storia che parte da lontano, con radici ancor più antiche dello scandalo massonico della P2 (1981). Gli autori ci ricordano che “all’origine di Banca Etruria c’è infatti la Banca mutua popolare aretina fondata nel 1888 dalla Massoneria toscana; dal 1980 l’Etruria è presieduta dal massone Elio Faralli, e sul conto corrente del capo della P2 Licio Gelli presso la banca aretina finiscono le quote di affiliazione alla Loggia segreta”. Ed ancora: “Fra lotte di potere e maneggi finanziari, acquisizioni pilotate e sperperi, massoni affaristi e politicanti vecchi e nuovi, fino allo scandalo governativo Boschi-Renzi con l’approdo in Parlamento (Commissione parlamentare d’inchiesta sul sistema bancario), la trentennale parabola di Banca dell’Etruria con l’epilogo del crac pagato da decine di migliaia di risparmiatori truffati”.

Una “Banda Etruria” che è stata preceduta da altri oscuri intrallazzi, da un “cancro politico-affaristico” che – lo racconta “Giunio Bruto”, supportato sempre da ampi stralci di inchieste giornalistiche e di atti parlamentari e giudiziari – “nell’ombra della provincia toscana e nella penombra massonica” (pp.57) ha lasciato dietro di sé  pure “un consigliere suicida e un ragioniere suicidato”. Vicende oscure per lungo tempo condizionate dalla presenza di Licio Gelli e dei suoi numerosi accoliti. Il racconto di questa storia molto italiana, popolata di magliari e di pericolosi delinquenti, prosegue fino ai tempi più recenti dell’ex cavaliere tessera 1816 e di quello che viene definito “politicante del tutto estraneo alla sinistra e perfettamente organico al centro-destra berlusconiano” (pp.93). “Bruto”, prima di descrivere nel dettaglio cosa ha voluto dire lo scandalo Etruria, si è soffermato su un sistema di potere a dir poco spregiudicato proprio volendo confermare la tesi che “come il berlusconismo, anche il renzismo (che ne è lo sviluppo) si esprime appieno nella commistione politico-affaristica e quindi nei conflitti d’interesse” (pp.121).

Un caso che riguarda una banca dove il padre di Maria Elena Boschi è diventato vicepresidente appena un mese dopo la nomina della figlia come ministro per le riforme costituzionali. “Giunio Bruto” non si limita però ad avanzare sospetti sulle tempistiche delle rispettive carriere di padre e figlia, ma evidenzia, carte in mano, le procedure poste in essere e la normativa in materia di banche popolari ad opera del governo Renzi. E successivamente, sempre citando ampi stralci di inchieste giornalistiche e degli atti della commissione d’inchiesta dedicata ai crac bancari, la constatazione di come un ministro della Repubblica, senza averne titolo, si sia spesa per la sorte di Banca Etruria. Incontrando a tal fine l’ad di Unicredit Ghizzoni, il presidente di Consob Vegas, il vicedirettore di Bankitalia Panetta, l’ad di Veneto Banca Consoli: non le colpe dei padri che ricadono sui figli ma proprio i comportamenti dei figli (possiamo parlare al plurale viste altre note vicende) che abusano del loro ruolo.

Considerazioni implacabili su evidenti conflitti d’interesse che oltretutto intervengono a gamba tesa in un mondo affaristico a dir poco opaco. Gli autori, a partire dalla quarta parte del libro, “La metastasi”, ci ricordano dell’inquietante Flavio Carboni (incontrato dal buon papà Pier Luigi Boschi appena eletto vicepresidente della banca); del cosiddetto “salva banche” (“il decreto istituisce 4 nuove banche le quali, capitalizzate e sostenute dal sistema bancario italiano per complessivi 3,6 miliardi di euro, subentrano ai vecchi istituti ereditandone la parte buona, mentre i crediti in sofferenza rimangono confinate nelle bad bank poste subito in liquidazione coatta amministrativa. Il decreto stabilisce che piccoli azionisti e possessori di obbligazioni subordinate perdono tutto” – pp. 169); di quanto era stato rifilato “a decine di migliaia di risparmiatori, e trasformato in carta straccia” e che in origine era “stata una colossale ruberia organizzata ad Arezzo e messa in atto su ordine del vertice dell’Etruria attraverso tutti gli sportelli dell’Istituto” (pp.171); “la multa di 144mila euro subita da Bankitalia per malagestione di Etruria”, nonché “le due multe dall’Agenzia delle entrate, una per evasione fiscale, l’altra per violazione delle norme antiriciclaggio, a proposito di un terreno venduto per metà in nero” con un personaggio ritenuto dalla Dda di Firenze legato alla ‘ndrangheta” (pp.200); lo sconcertante caso del procuratore Rossi in “Giustizia di rito aretino”; il  già ricordato attivismo della ministra, il suo scontro con De Bortoli (non esattamente un giacobino della peggior specie), nonché il ruolo di altri pezzi grossi del renzismo come Marco Carrai, autore di una mail a Ghizzoni con la quale – non si sa in nome di chi né a che titolo –  si sollecitava una risposta in relazione al dossier di acquisizione di Banca Etruria.

Come anticipato il pamphlet della Kaos si sofferma a lungo sul ruolo che la grande stampa non indipendente ha avuto in questa e in altre vicende dove emergono le collusioni tra gli azionisti del giornale, il potere politico e quei cronisti che – l’ha scritto tempo fa un noto “giustizialista” – si propongono come “cani da riporto” piuttosto che da “cani da guardia”. Va chiarito che nel libro non leggiamo alcuna generalizzazione, tipo quella delle “puttane” di Di Maio e Di Battista, non fosse altro che gli autori si presentano come “Lucio Giunio Bruto”, liberi cittadini e senza un ruolo istituzionale. I distinguo sono evidenti. Da un lato si rileva la modestia di un “Mario Calabresi, scelto dall’editore Carlo De Benedetti proprio per la sua capacità di mettere il giornalismo al servizio del potere” (pp.212), “il favore mediatico di cui gode la coppia di potere Renzi-Boschi (cioè i silenzi censori che, alternati ai servilismi e alle piaggerie, gli garantiscono giornali e tv Rai eMediaset)” (pp.287); e dall’altro si riconosce la validità degli articoli “dell’ottima cronista Fiorenza Sarzanini” (pp.205). Confermando così la netta impressione di un Corriere che ancora funziona piuttosto bene nel campo delle inchieste investigative, mentre persiste senza sosta a proporre editoriali fotocopia a firma di personaggi che probabilmente non sono proprio dei cuor di leone e che soprattutto scrivono di un’Italia che non esiste. Sullo sfondo di queste intricate vicende, raccontate davvero con una sorta di veemenza, Arezzo. Un luogo che il Mondo descriveva come “la tipica città di provincia dove non succede niente. Eppure succede di tutto” (pp.71).