Non sono partigiane, non fanno resistenza, non minacciano la vita di nessuno. Sono donne che praticano il meretricio, donne per lo più poco istruite e poco fortunate. Donne che la storia avrebbe serenamente perso per strada se non fosse stato per le registrazioni di solerti funzionari dello Stato fascista pronti a segnalarle, fotografarle e schedarle. Sono tracce minime, segni comunque rintracciabili di esistenze passate, testimonianze reali di un pezzo di storia italiana che in tanti ritengono quanto meno trascurabile. Non Matteo Dalena, evidentemente. Il giornalista e storico calabrese, infatti, ha deciso di andare a scavare tra le carte del Casellario Politico Centrale dell’Archivio Centrale dello Stato alla ricerca delle prostitute italiane che il regime fascista ha perseguitato per ragioni politiche. La loro colpa non è tanto quella di aver ricevuto denaro per prestazioni sessuali o di aver compiuto atti contro la morale, la loro colpa è quella di aver pronunciato parole ostili al regime, offese o insulti diretti al Duce o al Re d’Italia.

…sono in tutto 132 le donne schedate come «prostituta» in tutta Italia, altre 4 nella forma «meretrice» e la maggior parte di esse entra nel CPC [Casellario Politico Centrale] nel periodo compreso tra il 1927 e il 1934“. Le prostitute di cui ci parla Dalena in questo suo breve saggio sono le ventisette che il sistema giudiziario italiano del tempo ha considerato nemiche politiche. D’altro canto la legge italiana detta, già nel Testo unico del 1931, precise indicazioni in merito alla prostituzione: “Essa può essere esercitata in appositi «locali di meretricio» oppure abitualmente in case, quartieri e in qualsiasi altro luogo chiuso. Non tutti i locali possono essere adibiti a «uso di meretricio», specie quelli che si trovano nei pressi di «edifizi destinati all’istruzione, o al culto, oppure a caserme, mercati o ad altri luoghi di pubblica riunione». Bisogna evitare lo scandalo“. In sostanza la prostituzione c’è e può esserci, purché venga esercitata ai margini, lontano da luoghi pubblici. Ipocrisia istituzionalizzata, in parole povere.

In fondo molti gerarchi fascisti o loro affini usufruivano allegramente dei servizi sessuali offerti dalle meretrici presenti nei quartieri più bassi e malfamati. L’idea dello scandalo o dell’immoralità, per gli uomini del fascio e non solo, non si poneva neppure. I locali adibiti a meretricio sono messi a disposizione da tenutarie o tenutari proprietari degli ambienti. Le prostitute sono reclutate dai cosiddetti “collocatori” che possono essere considerati i loro veri “padroni”. I controlli da parte delle  autorità sono spesso serrati e asfissianti: nulla deve sfuggire al “grande occhio” del governo fascista. E infatti non sfuggono episodi particolari durante i quali le prostitute o, a volte, le tenutarie, per lo più ex prostitute, si lasciano andare a commenti, battute o sberleffi ai danni di Mussolini. È il caso, ad esempio, di Teresa Pavanello, tenutaria di un meretricio di via Chiaia, a Napoli. Teresa è nella sala d’attesa con alcuni clienti e accende la radio. Stanno per essere trasmessi gli inni patriottici e il discorso del Duce. Teresa non solo se la prende con Mussolini che “ha i milioni alle banche estere e se succede qualcosa in Italia Lui mangia sempre” ma si permette anche di dire che l’Inno a Roma, trasmesso dalla radio, “sembra l’inno dei socialisti che una volta si cantava il 1° maggio quando si facevano cortei socialisti e scioperi“. Tra i presenti un capo squadra della milizia che denuncia il tutto. Teresa viene allontanata e mandata al confino di polizia per tre anni. “Cinque anni dopo l’antifascista ed ex confinata Teresa Pavanello si trova legata a un letto dell’ospedale psichiatrico provinciale in quanto «folle», «delirante, disorientata ed a volte aggressiva»“.

Basta una frase contro il Duce o contro il Re per trasformare una prostituta in una pericolosa minaccia per il regime. L’antifascismo di queste donne, proclamato per lo più a parole durante gli arresti o le retate, con frasi di rabbia, frustrazione e umiliazione, viene prontamente rilevato e denunciato alle autorità. Le conseguenze penali sono sproporzionate rispetto al crimine commesso, ma il fascismo non prevede clemenza per chi osa contraddire o, addirittura, denigrare Mussolini e la sua politica. Le “puttane antifasciste” vengono fotografate e descritte in maniera puntuale. Ogni elemento del volto, ogni espressioni dello sguardo, ogni misura del corpo denota qualche pericolosa avvisaglia dell’indole criminale. La lezione di Cesare Lombroso, infatti, è divenuta regola: le prostitute, secondo l’antropologo criminale, “prevalgono «nelle minime capacità craniche», nel peso della mandibola e nelle anomalie dei denti e, in generale, «quasi tutte le anomalie sono più frequenti, e di molto, nelle prostitute che non nelle donne delinquenti: s’intende poi che tanto le une come le altre offrono un numero di caratteri degenerativi superiore a quello delle normali».

Francesca, Agnese, Emilia, Palmira, Filomena, Maria, Celestina, Giuseppa, Romana, Michelina, Giovannina, Paolina, Grazia, Annunziata, Irma, Vittoria, Adele, Cecilia, Candida, Cunegonda, Teresa, Italia, Libera: ecco i nomi delle donne di cui Dalena ci parla in questo singolare ma prezioso libricino. Donne che hanno pagato a caro prezzo l’aver espresso la propria insubordinazione e la propria indisciplina. Figure scandalose, irriverenti e faticose da controllare; donne profondamente diverse dalle madri-fattrici che il fascismo voleva ritrovare in ogni italiana. Donne messe sotto scacco e rese innocue con la forza ma che, proprio grazie a ricerche e scritti come questo, ritrovano la loro dignità e il loro riscatto.