Uno striscione di protesta, citato nel libro “Terzo valico”, probabilmente rappresenta la miglior sintesi di cosa vuol dire il Tav all’italiana: “Un utile per alcuni, un lusso per pochi, un danno per molti, a spese di tutti” (pp.37). Il giornalista Mauro Ravarino, con la sua inchiesta sul progetto dell’alta velocità tra Genova e Tortona, prima ci ha ricordato i vari momenti che hanno perfezionato il sistema definito da Ivan Cicconi “privatizzazione delle aziende pubbliche senza privati e senza liberalizzazioni” (pp.16); e poi ha opportunamente raccontato le peculiarità di una protesta civile nata in un’area periferica (le quattro valli di Scrivia, Lemme, Verde e Polcevera); forse per questo ancora poco conosciuta. Inchiesta e racconto – reportage che ha inteso guardare oltre le consuete affermazioni della stampa mainstream (quella di “ce lo chiede l’Europa” e che mai entra nel merito dei progetti); e quindi nessuna remora a svelare le criticità più imbarazzanti di un’opera costosissima: seppur accorciata a 53 chilometri (37 in galleria) già nel 2010 si parlava di una spesa complessiva di oltre 6 miliardi; per non tacere della truffa dei “fori pilota” che ha coinvolto il berlusconiano Luigi Grillo, l’assenza di un’analisi costi-benefici, l’impatto su amianto e falde acquifere, sempre col timore di replicare i disastri del Mugello. La storia dell’alta velocità Milano-Genova, idea che risale al 1991, più volte bocciata e sempre risorta grazie a rifinanziamenti milionari, contestata come superflua e dannosa, oltretutto in presenza di altri progetti meno impattanti e costosi, grazie alle pagine di Ravarino si mostra come ennesimo frutto maligno di un sistema malato. Queste le parole di Claudio Sanita, leader No Tav Terzo Valico e già macchinista: “la stragrande maggioranza dei ferrovieri pensa che sia un’opera assurda, non c’è nessuno in Europa che progetti una linea che contempli sia Alta capacità sia Alta velocità” (pp.88). L’aver voluto perseguire un progetto del genere ha però condotto ad alcuni risultati: sprechi, legittime proteste derubricate sbrigativamente come “nimby”, appalti manovrati, un’idea di sviluppo legata al consumo irreversibile del territorio, interessi convergenti tra Pd e Fi, e un vero e proprio assalto alla diligenza (soldi pubblici) sulla scorta della famigerata “legge obiettivo”. In tal senso risulta molto efficace la citazione tratta da lavoce.info che pure Ravarino ricorda non essere affatto un “covo di sinistrorsi o di accaniti ecologisti”: “La legge obiettivo non è una procedura concorsuale o selettiva tra progetti, ma uno sportello per il finanziamento di iniziative già stabilite tramite accordi politici” (pp.25). Senza dimenticare che “la legge introduceva, inoltre, un nuovo istituto contrattuale: l’affidamento a un contraente generale. Il direttore dei lavori era scelto dall’impresa appaltatrice general contractor: in pratica, il controllato controllava il proprio controllore, colui che in un procedimento ordinario avrebbe dovuto valutare la realizzazione del progetto”.

Allora si capisce perché, nonostante le affermazioni di Raffaele Cantone (“legge criminogena”) e nonostante l’arresto di Incalza, ancora si parli di mega-opere (si pensi al Bomba e al Ponte sullo Stretto) e perché progetti dubbi come quello del Tav-Terzo Valico ancora vengano finanziati a spese di tutta la collettività: coloro che sono sopravvissuti alla cosiddetta rottamazione – praticamente tutti – non hanno alcuna intenzione di mollare la presa riguardo la gestione opaca e disinvolta di soldi pubblici. Un esempio su tutti. Il perfido Ravarino, in merito ai comportamenti di certi nostri presunti riformisti, ha ricordato il piddino Enrico Morando, originario proprio del comune di Arquata e grande sostenitore del Terzo Valico: “Vox populi vuole, però, che sia riuscito a far stralciare dal progetto originario una galleria di servizio (la finestra di Rigoroso) a due passi da casa propria. Insomma si può essere nimby e a favore” (pp.85). E’andata peggio a tante famiglie della zona che, senza troppi riguardi, hanno subito l’espropriazione dei propri terreni ma che poi, contestando il danno ricevuto, la mancanza di trasparenza, le decisioni antidemocratiche, di fatto hanno intrapreso una battaglia di civiltà: reclamare un futuro sostenibile e impedire un incredibile spreco di denaro pubblico. Il libro di Ravarino, infatti, dopo aver dato correttamente voce ai personaggi favorevoli all’opera, ha raccolto testimonianze tra la popolazione che da anni resiste alle prepotenze dei grandi costruttori e dei loro reggicoda politici: ” la maestra di Arquata, il delegato sindacale in pensione, l’espropriata della Val Scrivia, il giovane ingegnere, le elementari di Trasta, dove doveva sorgere il quartier generale dell’opera”. E’ un dato di fatto che con la vicenda del Terzo Valico sono venuti ancora una volta al pettine i nodi insoluti della nostra organizzazione di trasporti pubblici e privati: decisioni che non tengono conto degli effetti sull’ambiente, le autorità pubbliche che non informano correttamente i cittadini, un sistema che ha suscitato le proteste di tutti coloro che non considerano autentici investimenti lo spreco di denaro pubblico in favore di pochi privilegiati e la devastazione del territorio.