Malgrado di questi tempi Angela Merkel susciti reazioni a dir poco furibonde tanto a destra quanto a sinistra, esiste una pubblicistica minoritaria e fieramente controcorrente che intende ridimensionare quelli che vengono definiti autentici luoghi comuni in merito alla Germania e alla cultura tedesca. Così l’ultimo libro di Luigi Reitani, che tra l’altro segue di pochi mesi la pubblicazione di “Cuore tedesco”, il saggio di Angelo Bolaffi in cui già avevamo letto di una Germania tutt’altro che cinica e ormai guarita dal suo recente passato nazistoide. Reitani, interessato sopratutto ad indagare il contesto culturale delle relazioni italo-tedesche, intende rispondere quindi a ricorrenti interrogativi (“Esiste una Germania che vuole dominare l’Europa, o esiste una nazione aperta che si pone come guida al servizio dell’Europa? Qual è il ruolo della Germania in Europa? Esiste davvero il rischio di una supremazia tedesca nelle scelte cruciali di politica economica del vecchio continente?”) e lo fa, come anticipato, con argomenti che i cosiddetti media generalisti tendono a trascurare. L’idea di fondo è che i tedeschi abbiano fatto i conti con il loro passato, molto più seriamente di noi italiani; e di conseguenza abbiano bonificato la loro cultura dall’autoritarismo prussiano: “Oggi la Germania è un paese multietnico e multiculturale, con un ampio federalismo politico e amministrativo, che investe cospicue risorse nell’ambiente e nella cultura” (pp.9). Un’idea che evidentemente in Italia e altrove non trova molti consensi, probabilmente, come scrive Reitani, perché prevale un’impressionante generalizzazione e la “Germania viene vista come un tutto generalizzato e l’aggettivo tedesco non conosce ulteriori declinazioni politiche e culturali” (pp.18). In questo senso appare paradigmatica la figura di Angela Merkel, che pochi anni fa era la “culona” di Berlusconi e oggi è sempre più “culona”, da destra a sinistra, passando per i grillini: quelli che a rigore sono i difetti della cancelliera tedesca, compresa “la fluttuante vaghezza”, possono trasformarsi in doti tali da assicurare un consenso diffuso. Infatti, avendo a mente la vicenda greca e poi le più recenti iniziative sugli immigrati siriani: “più che dare delle direttive, la Merkel segue la cresta dell’onda. Finché negli umori della società tedesca e nei rapporti di forza tra governi europei prevarrà la linea del rigore, la cancelliera la sosterrà, pronta a mutare registro non appena – come sembra già profilarsi – cambierà anche il vento” (pp.23).

Reitani in merito a quella che è stata spesso raccontata come dura contrapposizione tra Italia e Germania chiama in causa anche il nostro infimo livello d’informazione, tanto più in un periodo nel quale i media sono appecoronati al governo del riciclatore: “Il 4 luglio 2014 ‘la Repubblica’ e altri grandi quotidiani italiani hanno riportato con molta evidenza la dura replica del primo ministro Matteo Renzi a un intervento del presidente della Bundesbank Jens Weidmann: ‘L’Europa non è dei banchieri tedeschi, l’Europa è dei cittadini europei” (pp.23). Vengono poi riportati i titoloni dei giornali, che chiaramente non hanno mai spiegato che le parole incriminate di Weidmann erano rivolte ad un uditorio politico interno e che la sparata di Renzi non era affatto una diretta risposta al banchiere tedesco. Alla fin fine, andando ad approfondire come si sono svolti i fatti: “di fronte a tanto clamore appare a prima vista stupefacente che nello stesso 4 luglio nessun organo di stampa tedesco [ndr: evidentemente più seri dei nostri] abbia riportato una qualche critica della Bundesbank a Renzi […] Di Renzi proprio nessuna traccia” (pp.25). E sempre proseguendo nell’analisi delle differenze tra giornalismo e giornalismo: “c’è da aggiungere che l’apparizione di Renzi a Strasburgo, amplificata a dismisura dai quotidiani italiani, è passata praticamente inosservata su quelli tedeschi, forse anche per l’improvvida decisione del presidente del Consiglio di annullare la tradizionale conferenza stampa con i giornalisti stranieri per partecipare invece a una puntata televisiva di Porta a Porta” (pp.26). Insomma, mentre da noi il clamore era tutto per uno scontro all’arma bianca di cui ci sembra si siano accorti solo gli italiani, almeno leggendo i giornali stranieri, in Germania si preoccupavano dell’opportunità del salario minimo. Episodio recente che dice molto sul livello della nostra informazione, in mano a personaggi forse più abili di lingua che di penna, ma che, secondo Reitani, dimostra anche la particolare ipersensibilità nei confronti del popolo tedesco, nutrita di pregiudizi diffusi. La realtà attuale sarebbe invece ben diversa da certe caricature, spesso fatte proprie dai nostri politici: “nessuno si sognerebbe di esporre in un museo il ritratto di Hitler. Dichiarazioni di riabilitazione del fascismo, spesso pronunciate in Italia da parte di politici, anche di primo piano, provocherebbero in Germania immediatamente scandali e dimissioni forzate” (pp.38).  L’aspetto più interessante del breve saggio di Reitani è semmai l’attenzione dell’autore per il “mutamento della cultura tedesca”, che viene interpretata come “non più orientata a fondare la legittimità dello stato su una pretesa identità nazionale” (pp.41). A tal fine l’analisi, per forza di cose molto concisa, si sofferma sulla nascita dello stato tedesco, su premesse che non sono legate soltanto al militarismo prussiano, sulla lingua “impura”, sul mito della fondazione condizionato paradossalmente da un’opera “straniera” come la “Germania” di Tacito, sulla “cultura della critica e del ricordo” che caratterizza la Germania contemporanea; e, non ultime, sulle reali influenze culturali subite e divulgate dal paese in oltre due secoli: “Se esiste un segno distintivo delle letteratura tedesca moderna, questo risiede proprio nel suo coniugare progetto nazionale e cosmopolitismo, riflessione sulla propria vocazione storica e assimilazione di altre culture […] La vocazione nazionale tedesca sembra consistere nel farsi mediatrice tra antico e moderno, tra Occidente e Oriente” (pp.58). Viene citato anche Friedrich Nietzsche nelle vesti di fustigatore del presunto carattere dei tedeschi e quindi in una prospettiva forse meno consueta. Le tesi di Reitani, che trascendono la più contingente cronaca politica e gli opportunismi dei governi, probabilmente potranno apparire fin troppo ottimistiche e parimenti potranno irritare coloro che vedono nell’egemonia tedesca la causa principale dei mali europei. Potranno apprezzare molto di più i lettori che non hanno così tante certezze, che hanno presente i pregi (e i difetti) del sistema tedesco e, consapevoli dei danni provocati dall’endemica corruzione e cialtroneria di altri paesi (Italia compresa), guardano con preoccupazione all’alternativa di un’Europa putiniana.