Ad Athos Magnani la vita ha teso dei colpi mancini.

Ben due.

Avere lo stesso nome del padre, eroe della Resistenza assassinato nei duri anni fascisti e per di più la stessa faccia sprezzante, di sfida al mondo. Il mondo, per il fu Magnani, ebbe gli angusti confini di Tara, una piccola (e immaginaria) cittadina emiliana, che il protagonista imparerà a conoscere, ma non ad accettare, esattamente come quel genitore che lo ha lasciato prima di nascere. Con l’enigma di una morte a cui dare un colpevole.

Strategia del Ragno è una delle opere meno conosciute di Bernardo Bertolucci, il regista parmense morto lo scorso 26 Novembre a Roma.

Ed anche singolare perché non rientra nelle correnti tematiche più frequenti della sua filmografia.

Sono lontani i grandiosi affreschi storici de L’Ultimo Imperatore o del Piccolo Buddha, così come siamo distanti dalle drammatiche incursioni erotiche di Ultimo Tango a Parigi o The Dreamers. È questo un lavoro tortuoso e pregevole nell’evolvere in modo camaleontico. Partiamo da quella che sembra essere semplicemente una triste pagina di storia italiana per poi assistere ad un mistery allegorico e straniante.

Athos lascia Milano su invito di Draifa, l’allora amante del padre, per scoprire l’assassino. Sono passati almeno trent’anni da quell’odioso delitto, nel Giugno del 1936, ed il tempo in questa terra si è fermato, seminando desolazione.

L’ingresso a Tara è una visita sepolcrale; lapidi e targhe commemorative sono sparse ovunque per celebrare la memoria in una città semivuota.

Le tracce dell’uomo sono state invero seppellite, intrappolate nelle pietre come a esorcizzarne l’impronta lasciata. Quei pochi e canuti abitanti hanno preso le distanze dall’increscioso episodio e dalla sua vittima, le cui fattezze sono immortalate nella freddezza annichilente di un busto abbandonato in piazza.

Ma il Magnani imbattendosi proprio in quella statua, risveglia l’anima paterna che vi è intrappolata. E l’orologio ricomincia a ticchettare facendogli incontrare tutti i vecchi attori, che appaiono esattamente identici a come erano decenni prima.

Il passato ed il presente si fondono. Se il protagonista ha gli stessi connotati di allora e gli amici e l’amante, e l’odio dei paesani è il medesimo, allora non siamo più sicuri di rivivere qualcosa che fu.

La storia è ispirata ad un racconto di Jorge Luis Borges, Tema del traditore e dell’eroe a cui Bertolucci deve la singolarità di una storia criptica e spiazzante che sospende lo spettatore nel cercare una verità mai scontata.

Ed il maestro caratterizza l’opera, dirigendo una trama labirintica con stile poetico.

Le allegorie sono frequenti e funzionali per cogliere il valore evocativo dei momenti pregnanti.

I temi del racconto di Borges non erano affatto semplici da parafrasare. La storia che rincorre (e ripete) sé stessa, la trasmigrazione delle anime e la relativizzazione dei ruoli, nell’ambivalenza dell’eroe/traditore, sono stati affrontati proprio attraverso il simbolismo scenico.

I contatti di Magnani con le conoscenze del padre, necessitano difatti di una chiave interpretativa.

Draifa, per esempio, è l’iniziale referente di Magnani e l’interazione fra i due ricorda una manierata messinscena teatrale, un ‘kamishibai’, quel teatro per immagini a cui ci ha abituato la tradizione giapponese.

Una voce fuori campo, quella di Magnani (nella bella dizione del suo interprete Brogi), interroga la donna e la ripresa non è fluida, ma appunto spezzettata, a singhiozzi e la donna viene colta intenta a curare i fiori che, all’incalzare delle domande, diventano sempre più numerosi fino a invadere tutto lo spazio che la circonda. Si abbandona la lettura di un ovvia credibilità per accogliere un messaggio ‘altro’ in quel tribudio floreale che è forse un profuso omaggio al ritorno in vita di un osannato, defunto, soldato.

Athos ignaro ed innocente si troverà quindi impigliato in un’ingegnosa tela di ragno che ricalca i drammi di Shakespeare a cui il padre si è ispirato per uscir di scena.

Le bugie e i tradimenti lo invischieranno, infliggendogli un destino non suo.

La regia di Bertolucci è di una fermezza inappuntabile, dimostrandosi sempre pertinente laddove la trama raggiunge picchi difficili da governare.

Il suo lavoro, grazie anche alla stupenda fotografia di Vittorio Storaro e Franco Di Giacomo, ha un grande impatto visivo. I virtuosi movimenti della camera, attraverso carrellate ed inquadrature ben studiate, compongono un finale onirico, che ossessiona e stordisce, irretendo anche noi spettatori in un gioco perverso ma ineluttabile.

I ruoli chiave sono quelli di Giulio Brogi e Alida Valli (interpreti di Athos Magnani e di Draifa), che danno corpo a ottime performance. Sicuramente più complesso il lavoro di Brogi, nel doppio ruolo di padre e figlio, che riesce a indossare molteplici maschere, vittoriose e meschine, in un manicheismo interpretativo difficile da sostenere.

Un’opera ricca di rimandi artistici e di omaggi.

La  scelta di Tara come ambientazione fantasiosa della storia rappresenta un tributo alla terra bramata di Via Col Vento e sentire quel Magnani urlato così spesso fa tornare in mente un cognome molto familiare del nostro cinema.

L’arte risplende poi imperiosa nei titoli di testa, che hanno come sfondo i quadri di Ligabue e i suoi soggetti bestiali. Perfetti per anticipare la brutalità che è propria degli uomini quanto degli animali, nella ricerca del più debole da sacrificare.

La mia, più che una recensione, è la piccola ed umilissima dedica ad un regista amatissimo, stimato e adesso compianto per quel che non potrà più regalarci.

Rimango immensamente grato per l’eredità di un cinema d’eccellenza.

Irripetibile.