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Ho conosciuto la scrittura di Simone Ghelli nel 2011, con i racconti di L’ora migliore e altri racconti (ed. Il Foglio); nel 2012 è stata la volta del romanzo Voi, onesti farabutti (ed. Caratterimobili); si …

j'Dom, 23 Dic 2018 11:37:54 +0100p*https://www.lankenauta.it/?p=16345eLankenautafNon risponde mai nessuno

Ho conosciuto la scrittura di Simone Ghelli nel 2011, con i racconti di L’ora migliore e altri racconti (ed. Il Foglio); nel 2012 è stata la volta del romanzo Voi, onesti farabutti (ed. Caratterimobili); si arriva al 2017 con ancora una raccolta di racconti Non risponde mai nessuno (ed. Miraggi). In questi anni ho seguito la sua scrittura e grazie a blog e social abbiamo fatto una reciproca, relativa, conoscenza. La sua produzione antecedente al 2011 non l’ho letta (due saggi e due romanzi), ma come mai questa premessa per parlare dell’ultima raccolta? Perché mi sembra fortemente legata ai due libri che la precedono, anche e forse soprattutto per l’intervallo di tempo che intercorre fra loro. Inoltre il fatto di aver tenuto un minimo di corrispondenza con l’autore mi ha reso come cieco a piccole variazioni che, messe una sull’altra, costruiscono un altro piano della struttura letteraria di Ghelli. Così quando sono arrivato a leggere i racconti dell’ultimo libro mi sono sentito come spiazzato (e nel primo in particolare ci sono un paio di dettagli che per un fissato come me su certi aspetti – definirli minori è probabilmente far loro un complimento esagerato – che mi han fatto l’effetto di unghie sulla lavagna) e gliel’ho pure detto. Ma come? Avevo una netta idea della sua scrittura – soprattutto Voi, onesti farabutti mi era rimasto impresso: uno di quei libri che ti basta guardarne la costola nella libreria per farti sorridere – che sono rimasto disorientato. Eppure tra 2012 e 2017 ho letto suoi racconti apparsi in rete o in antologia senza accorgermi di nulla. Sono la rana che messa in pentola con acqua a temperatura ambiente e poi sul fuoco rimane lì fino a morire mentre se ci viene buttata con l’acqua che già bolle schizza via. Non risponde mai nessuno è stata per me acqua bollente. Una cosa buona, che mi ha fatto pensare a lungo e riprendere in mano gli altri libri: eccoli lì: tre diversi formati, tre diverse grafiche, tre diverse case editrici, ma lo stesso autore. Li apro, e bastano le prime pagine: qualcosa dicono già le dediche; altro le citazioni poste in esergo; quindi il testo dei racconti, del romanzo.

Le dediche (vado in ordine cronologico): “Ad Anna, al suo amore e al suo coraggio”; “A Mariano, al mondo come l’avresti voluto. A chi ha resistito e a chi ancora combatte”; “A Franco”.

Le citazioni: “Non potrò dunque mai scrivere veramente a caso e senza disegno, sì da almeno sbirciare, traverso il subbuglio e il disordine, il fondo di me? (Tommaso Landolfi)”; “Allora tirò fuori il suo piede di sotto la coperta e con un gitto forte lo fece frullare al di là come un sasso. Poi si fece portare a un botteghino, comprò una veduta di San Pietro e la indirizzò alla sua Ester.<<Ho preso a calci Pio IX. Rispettosi saluti tuo Plinio.>> (Antonio Tabucchi, Piazza d’Italia)”; “La vergogna di essere uomo: c’è una ragione migliore per scrivere? (Gilles Deleuze), Bue bue bue fa il cane randagio, e può darsi che abbai a un altro cane, a un’ombra, a una farfalla, o alla luna, non è però escluso che abbai a ragion veduta, quasi che attraverso i muri, le strade, la campagna, gli sia giunta la cattiveria umana. (Dino Buzzati)”.

Le dediche si riducono al solo nome, le citazioni si espandono. Nelle trasmissioni tv di cucina dove fanno gare i giudici spesso dicono qualcosa tipo “Quel che si mette nel piatto si deve poter mangiare”. Io di un libro penso che ogni suo aspetto sia stato valutato e considerato necessario per dare proprio quel risultato.

Le prime due dediche, come le citazioni, mi danno l’impressione di un attaccamento profondo, personale, viscerale, mentre nell’ultimo caso l’autore è laconico nella dedica, non ha bisogno di aggiungere altro a quel nome, dice già tutto, e le citazioni di Deleuze e Landolfi sono, per me, più aperte e al tempo stesso distaccate: non il sé, il noi, ma il tutti, il senso della scrittura e il senso dell’umanità (sempre che esistano, questi sensi); e dialogano e si rispondono. C’è un’evoluzione che parte dal sé, passa per il racconto di ciò che si fa, per la vergogna e per trovarvi la ragione per scrivere, finendo nell’osservazione della cattiveria e nell’abbaiarci contro; si va dallo scrutare il fondo di sé a quello dell’essere umano, “e lui non sapeva se fosse appropriato chiamarla angoscia o più semplicemente paura di non farcela, ma sentiva che avrebbe dovuto urlare quella cosa adesso contro il cielo o non sarebbe mai arrivato alla fine.” (pag.96). Ognuno di noi è un essere umano. Insomma Non risponde mai nessuno, per finire, è una raccolta di storie scritte con empatia. Empatia per le storie e non per i personaggi che le vivono (sono due tipi di scritture diverse), e storie perché Ghelli in mezza pagina riesce a infilarne una intera: la storia di un’infanzia, di un’adolescenza, di una vecchiaia, di una relazione. Si prenda l’inizio del racconto che dà il titolo alla raccolta:

“Ormai stavano lì da oltre mezz’ora, in quella stanza dove si sentiva ristagnare l’odore pungente di urina di gatto e quello delle scatolette di bocconcini al gusto pollo e salmone lasciate aperte sul termosifone.

Cesare aveva fatto una scenata delle sue non appena era entrato e poi aveva buttato un sacco di roba nella spazzatura. Aveva gridato a voce alta contro suo padre che così avvelenava i suoi animali e che non era quello il modo di vivere; poi aveva passato in rassegna tutta la casa con una specie di furia cieca che gli aveva fatto perdere ogni tipo di precauzione.” (pag.97)

Basta questo e l’immaginazione parte, no? Quante domande in così poche righe, e non risponde mai nessuno.

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