Maria non somiglia a nessuno. Maria ha un bel paio d’occhi azzurri che, a dire la verità, in Sardegna pochi hanno. Maria l’ha fatta nascere Salvatorica Carboni, la levatrice con gli occhiali e il naso grosso che tutti chiamano zia Borìca: “L’ho fatta nascere io, a Maria. Ho aiutato la mamma a tirarla fuori. Prima si nasceva in casa, mica come adesso che a Ísili c’è anche l’ospedale, ma si muore lo stesso di parto. A quei tempi c’ero io che andavo in giro per tutto il paese e Franca Atzori che faceva altro, ma tanto già lo sanno anche i muri che cosa faceva, non devo certo dirlo io. Io però quelle cose non le ho mai fatte“. E Maria, oltre ad avere gli occhi che nessuno sa da dove sono usciti, è brava anche con le mani. Usa il telaio come fosse un pianoforte e sa intessere fili di lana e rame insieme. Compone disegni che sanno raccontare e meravigliare. Maria cucina fin da piccola e senza dosi: sa quello che deve fare e gli occhi le bastano per pesare ogni ingrediente. Mica come sua sorella maggiore Evelina che, oltre a essere bruna come tutte le sarde, non sa fare niente a parte leggere Bibbie, macinare rosari e starsene chiusa in casa come una morta.

È proprio zia Borìca a cominciare la storia di “Maria di Ísili”, opera prima dello scrittore cagliaritano Cristian Mannu, premio Calvino nel 2015. Un romanzo che romanzo vero e proprio non è. Ogni capitolo porta un nome proprio per titolo e una voce nuova a restituire la storia di Maria che, personaggio dopo personaggio, voce dopo voce, prende forma e pure sostanza. Ognuno dei dieci racconti è una visione diversa, ogni voce si sovrappone e si incastra, a modo suo, a quel che già è stato detto. La vita di Maria è un coro di occhi che hanno visto, di bocche che hanno taciuto, di orecchie che hanno udito. La vita di Maria è fatta di normalità, almeno fino al momento in cui arriva in casa Antonio Lorrài, uno zingaro bello come Gesù Cristo che gira nei villaggi per riparare o vendere pentole di rame. Antonio piace alle donne e le donne gli piacciono da quando è bambino. Una sera, durante una festa a Ísili, si trascina appresso la timida Evelina e la costringe a fare quello che la ragazza non sa dire. È un abuso ma lei preferisce considerarlo amore. Quando si accorge di aspettare un figlio, suo padre Michele spinge il bell’Antonio a sposarla.

Una storia già letta e già vista, non ci sono dubbi. Eppure il “peggio” deve ancora venire. Antonio non ha niente a che fare con Evelina e, infatti, perde la testa per Maria, la sedicenne con la pelle d’ambra e gli occhi più azzurri dell’acqua. L’amore a tradimento arriva a sparigliare ogni piano, a mutilare una famiglia, a cancellare affetti e sentimenti. Maria e Antonio fuggono lasciando alle loro spalle un dolore moltiplicato per mille. La storia è già tragedia fin dalle prime righe, questo è certo. Una tragedia primitiva, semplice e lacerante. Le voci che la raccontano rimandano a una specie di testimonianza al cospetto di un giudice che, alla fine, deve esser pronto a proclamare innocenze e colpevolezze. Maria tradisce sua sorella, sua madre, suo padre, la sua casa, il suo villaggio. Maria scompiglia il destino, rinnega le regole di una terra e di un’isola che, tanto per cambiare, vogliono le donne ubbidienti e servili, silenziose e invisibili. Maria frantuma ogni silenzio, smentisce ogni certezza, separa quel che Dio ha unito.

Mannu decide di collocare la storia di “Maria di Ísili” nella seconda metà del Novecento eppure per movenze, passioni e drammaticità, la storia di Maria non può avere alcuna definizione temporale. Il peccato di Maria fa precipitare tutti nella vergogna e nella rabbia, senza alcuna possibilità di redenzione. L’aspetta un futuro complicato e solitario ma lei non fugge perché sa di non poter tornare indietro. Cristian Mannu usa registri narrativi diversi in base ai personaggi a cui dà voce. La semplicità rude e sgrammaticata di zia Borìca, il lirismo amaro e misurato di Maria o il rancore senza limiti di Michele. Tutto respira attraverso la coscienza e il ricordo di chi racconta. Una polifonia concentrica e affascinante che sa restituire una verità fatta di innumerevoli verità, una storia composta da numerose storie convergenti. Un libro che mi ha incantata e convinta perché c’è sempre un dolente incanto nelle vicende di donne folli, coraggiose e tutt’altro che convenzionali.