Il libro di Edith Sheffer incentrato sulla carriera di Hans Asperger e “il contesto intellettuale, clinico e politica dell’Austria degli anni trenta e quaranta”, come prevedibile, ha subito suscitato un bel po’ di polemiche: da un lato le critiche rivolte alla storica americana a causa del suo approccio antidiagnostico, dall’altro il fastidio per le accuse rivolte a colui che per anni è stato presentato come una sorta di Schlinder della psichiatria. In realtà la figura del cattolico reazionario Hans Asperger non appare soltanto nella veste di esecutore dei desiderata nazisti: “non era né uno zelante sostenitore del regime, né un suo oppositore. È il classico esempio di quella tendenza alla complicità della maggioranza disorientata della popolazione che di volta in volta si conformava, partecipava, temeva, normalizzava, minimizzava, reprimeva, si riconciliava col potere nazista” (pp.21). Edith Sheffer scrive che “è difficile conciliare il ruolo avuto da Asperger nel programma di eutanasia infantile con il suo sostegno ai bambini disabili. Ma i documenti ci dicono che questi due aspetti coesistono […] Il carattere duplice delle azioni di Asperger sottolinea il carattere duplice del nazismo nel suo complesso. Nel progetto del Reich di trasformare l’umanità erano presenti tanto la cura quanto l’eliminazione” (pp.16).

Se è vero che “Asperger’s Children. The Origin of Autism in Nazi Vienna” –  certo non il modello del perfetto saggio di divulgazione storica – può essere criticato per aver ripetuto più volte gli stessi concetti o per la polemica dell’autrice (madre di un bambino autistico) nei confronti di un “regime basato sulla diagnosi” (un lato oscuro a suo dire ancora presente e non soltanto attribuibile al periodo nazista), difficilmente potrà essere contestato per lo stile narrativo e soprattutto per l’approfondimento di quelle idee distorte, e dei conseguenti misfatti, che hanno causato la morte di migliaia di bambini, neonati e adolescenti. Sostanzialmente il racconto di anni, anche di quelli antecedenti alla esplicita nazificazione dello Stato (“gli approcci patriarcali ed eugenetici alla riproduzione erano molto diffusi all’inizio del Ventesimo secolo” – pp.69), in cui le diagnosi mediche venivano influenzate,  pesantemente manipolate, dalle forze culturali e politiche presenti nella società austriaca. Accadeva infatti che “il programma di eutanasia dei minori” medicalizzasse “l’appartenenza sociale, incorporando i problemi sociali nei criteri eugenetici” (pp.20).

Di tutto questo,“retorica della magnanimità” compresa, fu quindi testimone ed esecutore “non sottomesso” il futuro “Schlinder” della psichiatria infantile – abile anni dopo ad intestarsi una reputazione di oppositore e vittima del regine – “in quanto direttore del Reparto di pedagogia curativa e cofondatore della Società viennese di pedagogia curativa […] legato a personaggi come Jekelius, Hamburger e Gundel”, pur non essendo stato “attivo nel programma di eutanasia infantile come altri suoi colleghi psichiatri” (pp.152). Magari non fu così zelante come altri medici nazisti ma è documentato che Asperger, la sua idea di psicopatia autistica – “diagnosi totalizzante” – “l’applicò ad alcuni bambini per sottolinearne l’umanità, e ad altri per negarla” (pp.190). Negazione di umanità che volle dire operazione Aktion T4 per l’eliminazione delle persone “non conformi” e che Edith Sheffer ci racconta in particolare nel capitolo “La vita quotidiana della morte”, evidenziando, grazie alle testimonianze dei sopravvissuti e alla documentazione medica del tempo, le sevizie alle quali venivano sottoposti i giovanissimi pazienti dello “Spiegelgrund”, come fossero uccisi, le giustificazioni dei loro decessi, la disperazione dei genitori, od altrimenti le complicità di parenti e genitori che, a volte, apparivano ben felici della morte del loro figlio disabile, o forse soltanto problematico o ribelle.

L’opportunità dell’eliminazione o meno dei bambini alla fin fine ruotava sempre sull’esistenza o sull’assenza del cosiddetto “Gemüt”, peraltro citato più volte da Asperger nei suoi lavori. Infatti, secondo Ernst Illing, direttore medico della clinica psichiatrica-neurologica di Vienna e poi impiccato nel 1946 come criminale di guerra, i bambini con una mancanza di gemüt, “riconoscibili  a partire dai tre, quattro anni”, mostravano una mancanza di sentimento sociale che si traduceva in una mancanza di spirito collettivo: “e questo poneva un enorme problema al Reich” (pp.238).

Un “problema” di cui era ben consapevole anche il giovane Asperger che “operò all’interno di un sistema omicida, ed era legatissimo al suo mondo di riferimento e ai suoi orrori” (pp.260). Un sistema che si sosteneva grazie a delle classificazioni in realtà sempre applicate senza criteri oggettivi, con arbitrio e che, secondo Edith Sheffer, rappresentano proprio il tema centrale del suo libro; ovvero come le etichette possano condizionare le persone su cui sono poste. Con tutte le conseguenze estreme e letali che si sono avute durante l’occupazione nazista: “Il programma di eutanasia infantile rivela una dimensione intima dello sterminio. I medici esaminavano personalmente i bambini che condannavano a morte. Le infermiere nutrivano e cambiavano le lenzuola ai bambini che uccidevano. Ne conoscevano i nomi, i volti e le personalità. Di solito i bambini venivano uccisi nel loro letto. La morte sopraggiungeva lentamente, in modo doloroso; erano ridotti alla fame o gli venivano somministrate dose eccessive di barbiturici finché non si ammalavano e morivano, di solito, di polmonite” (pp.21).