Un’amica, certo. Anche una figlia, una sorella e una zia. Un’identità apparentemente definita solo rispetto a qualche altro vivente. Ma dentro di sé Andrea, la protagonista del bel romanzo della Attenberg, si racconta una verità silenziosa e suprema: “Sono sola. Sono un’ex artista. Sono un’urlatrice a letto. Sono il capitano di una nave che affonda che è la mia carne”. L’analista che ha di fronte l’osserva e pare accontentarsi della superficie che Andrea va esponendo. In effetti Andrea, la quarantenne che, in prima persona, ci parla di sé per mezzo di un ininterrotto flusso di coscienza, si conosce molto meglio di quanto osi mostrare. Conosce le sue falle e i suoi fallimenti, riconosce i propri limiti e i propri eccessi, percepisce le sue frustrazioni e le sue colpe. D’altro canto Andrea, che pure è cresciuta da un bel pezzo, non pare intenzionata a riconoscersi davvero grande e matura e consapevole e responsabile e soddisfatta come il mondo la vedrebbe e la vorrebbe. Lei ha ancora bisogno di una madre che le sia vicino o di un sogno artistico a cui rimanere aggrappata. È diventata grande, indubbiamente, ma senza rendersene conto davvero o senza che nessuno le abbia chiesto il permesso.

La vita procede, inesorabilmente. Le persone si perdono, alcune muoiono, altre si sposano e fanno figli. Andrea, invece, pare confinata in se stessa. Egoista lo è di certo e a volte pure piuttosto sgradevole ma è comunque un ottimo personaggio, uno di quelli che si fa leggere con gusto e con discreto diletto. Andrea fa sesso con chi capita, usa droghe quando se ne presenta l’occasione e ha conversazioni davvero accettabili con pochissime persone. Da grande avrebbe voluto fare l’artista ma il caso e una certa insofferenza l’hanno condotta a tornare nella città da cui era venuta: “Sei iscritta alla scuola d’arte, la odi, la molli, ti trasferisci a New York. Per la maggior parte delle persone trasferirsi a New York è un gesto ambizioso. Ma per te è un fallimento, tu sei cresciuta lì, quindi vuol dire soltanto che stai tornando a casa perché non sei riuscita a farcela nel mondo. Spiritualmente sei una pendolare al contrario”. Un’artista fallita che, come fanno in tanti, si accontenta di un lavoro qualunque che, quanto meno, le consente di pagare un affitto, le bollette e la spesa. E l’arte? “Nessuno ti chiede mai: «Quindi hai smesso di fare arte?». È perché non vogliono sapere la risposta oppure non gli importa oppure hanno paura di chiedertelo perché li spaventi. Qualunque sia la ragione sono tutti complici di questa nuova, non artistica fase della tua vita. Anche se l’arte era la cosa che amavi di più al mondo”.

La narrazione si muove nel tempo senza un alcun ordine temporale. Va seguendo i ricordi e le sensazioni della protagonista che, evento dopo evento, capitolo dopo capitolo, ricostruisce se stessa e quel che la vita ha fatto di lei. Ci sono incastri venuti male, altri che non sono nemmeno immaginabili, altri che si combinano in modo assurdo. In tutto questo, per fortuna, ogni tanto, si incappa persino in qualche particella di felicità, o di qualcosa che si possa percepire come tale. Spesso però Andrea si ritrova da sola a fare la spettatrice o la semplice comparsa in esistenze che non sono la sua, vede vivere gli altri e a volte li odia per come riescono a resistere e ad animarsi senza disagi.

La Attenberg ha uno scrivere spigliato e vivace, ha saputo creare un personaggio forte e fragile allo stesso tempo, una personalità drammatica ma anche meravigliosamente raggiante. Prima d’ora non avevo letto nulla di questa interessante scrittrice statunitense che qualcuno, per tradizione e stile, ha avvicinato a Cynthia Ozick. Non so esattamente se questo parallelismo sia valido e coerente, so che la Attenberg è una buona scrittrice che tornerò a leggere appena se ne presenterà l’occasione. L’inadeguatezza percepita da Andrea, così simile a quella di molti quarantenni contemporanei, non può che risolversi attraverso una buona dose di indulgenza nei confronti di se stessi fino a comprendersi con illuminante saggezza. “Per così tanto tempo ho creduto di non essere adeguata, ma ora capisco che non esiste nulla a cui doversi adeguare, c’è solo quello che decido di fare. C’è ancora tempo, penso. Ho ancora un sacco di tempo”.