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Bruno Piazza è morto il 31 ottobre del 1946 per un attacco cardiaco. Aveva 57 anni. Poco tempo prima, in sole tre settimane, era riuscito a scrivere "Perché gli altri dimenticano", la testimonianza della personale …

j'Mar, 08 Gen 2019 14:49:56 +0200p*https://www.lankenauta.it/?p=16567eLankenautafPerché gli altri dimenticano

Bruno Piazza è morto il 31 ottobre del 1946 per un attacco cardiaco. Aveva 57 anni. Poco tempo prima, in sole tre settimane, era riuscito a scrivere “Perché gli altri dimenticano”, la testimonianza della personale e dolorosa esperienza di prigioniero nel campo di sterminio nazista di Auschwitz-Birkenau. Un memoriale lucido e puntualissimo che Piazza ha scritto a brevissima distanza di tempo dagli eventi. Questo libro è di sicuro una delle opere più attente, documentate e accurate sulle condizioni di vita dei prigionieri di Auschwitz scritte da un italiano. Bruno Piazza ebbe la fortuna di sopravvivere fino al 27 gennaio 1945, giorno in cui i Russi entrarono per la prima volta nel campo nazista e trovarono una piccola parte di prigionieri, molti dei quali ormai prossimi alla morte. Nell’immediato la pubblicazione del resoconto della tragica esperienza dell’avvocato e giornalista triestino venne rifiutata da diversi editori; solo nel 1956 i figli di Piazza, Maria Luisa e Brunetto, riuscirono a ottenere che Feltrinelli pubblicasse il testo scritto dal padre dieci anni prima.

Poter narrare quanto avveniva in quelle terre, descrivere le scene d’orrore, ricordare con un brivido di raccapriccio lo scempio che vi si faceva, non solo della carne ma anche dell’anima umana e d’ogni sentimento civile, è dato a pochi; e pochissimi, al pari di me, ebbero la sorte di penetrare nei piú misteriosi recessi di quei maledetti recinti e di assistere, sopravvivendo, allo sfacelo di migliaia e migliaia di esseri umani di quasi tutte le nazioni d’Europa“. Bruno Piazza è perfettamente consapevole dell’importanza del suo ruolo di testimone vivente di una tragedia storica dalla portata eccezionale. Narrare, descrivere, ricordare è un potere offerto a pochi, è un potere che Piazza sa di possedere perché lui, di quella tragedia immane, è stato vittima ma, soprattutto, lui da quella tragedia immane è uscito deperito, malato, denutrito ma vivo. Essere sopravvissuto, per chissà quale fatale incastro del destino, ha dato a Piazza la forza di volontà necessaria a raccontare quanto ha visto e vissuto durante gli undici mesi di prigionia. “Io stesso, stentavo a credere alle orribili storie che circolavano attorno a quelle terre di pena e, pure immaginando, in base alle esperienze fatte in un campo di concentramento italiano, una vita di stenti e di mortificanti miserie, mai avrei potuto convincermi che si potessero commettere misfatti cosí esecrandi come quelli perpetrati dalle SS e dai loro sicari nel campo di Birkenau. La rivelazione esatta e oggettiva di tali misfatti è però necessaria, perché frutti infamia perenne a chi li perpetrò“.

Vuole ricordare, Piazza. Vuole richiamare quanto vissuto solo pochi mesi prima per l’urgenza di denunciare i misfatti compiuti dai tedeschi, affinché tutti sappiano, affinché nessuno possa far cadere nell’oblio la sofferenza e la morte di milioni di uomini. Una responsabilità che si accolla come fondamentale atto di giustizia. Bruno Piazza, come molti ebrei italiani, si iscrive al Partito Nazionale Fascista fin dal 1922. Nel 1938, con la promulgazione delle Leggi Razziali volute da Mussolini, viene radiato dall’albo degli avvocati. Cerca inutilmente di lasciare Trieste e trovare salvezza, assieme alla moglie e ai tre figli, in Svizzera. A causa di due denunce anonime, il 13 luglio del 1944, è arrestato e condotto presso la Risiera di San Sabba, l’unico campo di sterminio nazista realizzato in Italia: “…ero accusato di antifascismo e di avversione ai tedeschi mentre, crimine senza attenuanti, dovevo essere considerato di razza ebraica secondo le famose leggi di Norimberga“. Dalla Risiera viene poi trasferito nel carcere di Coroneo e da lì, con un apposito treno pieno di prigionieri italiani e dopo alcuni giorni di estenuante viaggio, in Polonia: “il treno si fermò, passata la stazione di Auschwitz, tre chilometri piú in là, allo scalo del campo di concentramento di Birkenau“.

Il racconto dell’arrivo a Birkenau è dettagliato e agghiacciante. I ricordi e le immagini che Piazza ci trasmette sono vividi perché recentissimi: l’avvocato e giornalista raccoglie gli odori, i colori, le atmosfere con grande precisione. Le botte, gli insulti, le violenze e i soprusi iniziano fin da subito. Piazza non risparmia la sua rabbia e la sua frustrazione e definisce gli aguzzini come “fantocci in pigiama“, “sgherri“, “venduti“, “stupide facce ridenti“, “eunuchi“. La geografia del lager è tracciata con estrema dovizia. Sembra che Piazza non sia mai veramente venuto fuori da quell’inferno perché ce lo racconta con una minuzia certosina. Alla descrizione degli spazi fisici del campo si aggiunge il racconto di numerosi episodi di vessazioni e aggressioni a cui l’avvocato ha assistito personalmente durante la sua permanenza a Birkenau. “Ricordo il caso di un ebreo italiano, il povero ragionier Jona di Milano. Egli doveva percorrere un lungo tratto di strada con il sacco di patate sulle spalle, ma non ce la faceva. Era una giornata freddissima, cadeva la neve. Con gli zoccoli di legno, il disgraziato ragioniere incespicava a ogni passo. Ad un tratto scivolò e cadde, trascinandosi dietro anche il sacco pieno. Il capo dei lavori saltò furente addosso all’infelice che tentava invano di rialzarsi e gli assestò due poderosi calci nel ventre. Il povero Jona morí quasi all’istante senza emettere un gemito“.

Per diverso tempo sembra che Piazza riesca, per sua fortuna, a evitare lavori per lui troppo pesanti o punizioni eccessivamente violente. Come tutti patisce la fame e la sete, come tutti si ammala sovente di dissenteria, come tutti cerca di sopravvivere in ogni modo. Un giorno viene condotto nella camera a gas per essere ammazzato come tanti altri prima e dopo di lui. È il 19 settembre 1944 e il dottor Mengele lo seleziona per la cremazione. Piazza rimane un giorno intero all’interno della camera a gas insieme ad altri 800 individui. Poco prima della fine, ormai accettata con rassegnazione, viene letta una lista di nomi di prigionieri politici o ebrei misti tra cui anche quello di Bruno Piazza: può venir fuori da quella stanza. “Eravamo salvi. Ci stringevamo le mani con gli occhi lucidi, scambiavamo poche parole“. Ancora una volta il destino predispone per l’avvocato e giornalista triestino un finale inaspettato, ancora una volta è salvo, ancora una volta si ritrova solo a sperare che la guerra finisca in fretta. Piazza è sopravvissuto nonostante fosse ebreo, nonostante fosse un prigioniero politico, nonostante avesse più di cinquanta anni. La sua sopravvivenza è raccontata qui, in “Perché gli altri dimenticano”, ed è una testimonianza forse troppo poco conosciuta di un uomo che non voleva dimenticare e far dimenticare nulla di quanto vissuto.

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