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La “polifonia” – in musica la scrittura musicale che prevede l’insieme simultaneo di più voci umane e strumentali - è un concetto che ha avuto una sua fortuna anche in ambito letterario, quanto meno nel senso di evidenziare …

j'Dom, 13 Gen 2019 16:08:02 +0100p*https://www.lankenauta.it/?p=16602eLankenautafPolifonia trapanese

La “polifonia” – in musica la scrittura musicale che prevede l’insieme simultaneo di più voci umane e strumentali – è un concetto che ha avuto una sua fortuna anche in ambito letterario, quanto meno nel senso di evidenziare i molteplici livelli del testo, stilistici, relativi alle diverse prospettive dei personaggi. Chiaramente nel caso della “Polifonia trapanese” non siamo dalle parti di Bachtin, Dostoevskij, Pirandello, ovvero letterati e critici che più hanno evidenziato e riprodotto la compresenza di registri inconciliabili, la convivenza delle contraddizioni. Come possiamo leggere in prefazione (a firma di un “P.O” che fa pensare al coautore Peppe Occhipinti), stiamo parlando semmai di una scrittura collettiva, di una “polifonia di voci” appunto, che intende comporre “un concertato sulla città, vista nella sua complessità e nelle sue diverse facce” (pp.16). In particolare una raccolta di nove scrittori che “si son fatti liberamente ispirare dalla città di Trapani e hanno scelto di raccontarla con il registro vocale e lo stile che sono loro più congeniali” (pp.13). Questo ha voluto dire un omaggio in forma sia di breve saggio storico, sia poi in forma di racconto, diario, narrazione, visione fantastica. Polifonia quindi come caleidoscopio, pretesto, occasione, ma non priva di ambizione – lo diciamo avendo ricordato l’evidente distanza con il concetto di “polifonia” usato dalla critica letteraria – visto che, grazie a questo libro, anche la città di Trapani si sarebbe “messa al lavoro per darsi una sua nuova identità letteraria e trovare un posto all’interno del ricco e variegato panorama culturale siciliano” (pp.16). Forse un auspicio dettato più dalla necessità di chiudere in bellezza la prefazione che altro, dalla volontà di “dichiarare l’esistenza un presidio letterario”; ma di sicuro non possiamo archiviare sbrigativamente i nove contributi della “Polifonia trapanese” come qualcosa di effimero e di dimenticabile. La stessa compresenza dei diversi registri narrativi rende tutto molto leggibile, potremmo dire che tiene desta l’attenzione nei confronti delle luci e delle ombre, del passato e del presente di quella che Bufalino chiamava “la terra del sole e del sale”. Un pezzo di Italia, peraltro molto vicino all’Africa (ce lo ricorda Mariza D’Anna nel suo “Sessantamila protagonisti”), chiaramente con le sue specificità (il clima, l’economia, le saline, il mediterraneo al confine di due continenti), qui ben evidenziate grazie a sguardi spesso disincantati, che evitano rappresentazioni “da cartolina” nel senso deteriore del termine, che semmai abbracciano il recente passato, una contemporaneità caotica che tende ad uniformarci; ed ancora un ritorno ad un passato questa volta più remoto, mitico e misterioso.

Le prime pagine sono tutte per lo storico Salvatore Costanza e la sua “Liegi del sud”, di fatto un breve saggio sulla Trapani dei traffici marittimi e delle attività legate al mare, per poi proseguire con i ricordi di Mariza D’Anna, una sorta di memoir e reportage di viaggio esplicitamente ispirato a “Gli italiani 53 milioni di protagonisti” di Luigi Barzini jr. Seguono la francesista Daria Galateria con “Cartolina da Trapani”, ovvero lo sguardo curioso e vitale di una “forestiera” che ha scoperto “la città più bella del mondo” mentre “i trapanesi sanno di essere il sale del mondo” (pp.80); Isidoro Meli di “Nessuno a Novunque. Considerazioni intorno a L’Autrice dell’Odissea” che ci propone un divertito e anticonvenzionale studio sull’Erewhon e sulle teorie dello scrittore inglese Samuel Butler; “Rosebud” di Salvatore Mugno, una sorta di diario (1994-2011) e raccolta di aforismi in sintonia con la precedente produzione letteraria dello scrittore siciliano, da “indagatore del lato oscuro della città” (pp.14), contributo caratterizzato da un serrato flusso di pensieri, da un linguaggio molto denso, appropriato, peregrinando per la città in ogni dove, per “vedere il mare di Trapani [ndr: ma non soltanto il mare], da tutti i possibili punti di osservazione” (pp.123); “La ragazza con la treccia” di Peppe Occhipinti, in cui torna in un certo senso il tema del confine, questa volta nel senso di una vita di donna – narrazione in prima persona, non priva di sarcasmo – tra una giovinezza ingenua e condizionata dalla tradizione patriarcale, lo spartiacque di un illusorio sessantotto e un presente fatto di rimpianti e cinismo; “L’alfabetiere” di Giacomo Pilati, che “P.O.” ricorda come ispirato dall’omonima opera di Walter Benjamin, e che rappresenta una singolare e spesso ironica riappropriazione di luoghi e temi della giovinezza; “L’ammiraglio e il capitano” di Antonino Rallo, dove l’apparizione del leggendario Marino Torre trasforma in narrazione fantastica quello che poteva circoscriversi ad un memoriale e racconto di plausibile storia recente; ed infine “Bobby del porto” di Ninni Ravazza, racconto malinconico di due vite parallele, un cane randagio nato nei dintorni del porto e un bambino, che  si conclude con la dedica dell’autore e soprattutto con la confessione  – lo sospettavamo – di un “dove nulla è inventato”.

Diversi sguardi su una natura e un’umanità multiforme, che ci ricordano le parole di Salvatore Mugno: “Qui tutto freme dalla voglia di dire…Forse anche  noi, che stiamo zitti a osservare, elencare, baroccheggiare…” (pp.128).

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