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j'Gio, 17 Gen 2019 12:00:12 +0100p*https://www.lankenauta.it/?p=16630eLankenautafQuante bugie hai detto questa sera

Mentre mi inoltravo nella lettura di Quante bugie hai detto questa sera, promettente esordio di Alessio di Girolamo, più che ravvisare qualche remota similitudine col Fight Club di Palahniuk o con le scandalose (per i benpensanti) tematiche di Lolita del grande Nabokov, mi è venuto in mente un ottimo film, I soliti sospetti, diretto da Bryan Singer nel 1995. La pellicola è imperniata sulla deposizione di un personaggio, lo storpio truffatore “Verbal” Kint, interpretato da Kevin Spacey. Kint è già stato prosciolto dal procuratore, ma viene costretto a subire un ultimo interrogatorio dall’agente di polizia doganale David Kujan riguardo all’esplosione di una nave che forse trasportava droga, nel porto di San Pedro a Los Angeles. La ricostruzione di Kint non fa una grinza: è coerente e minuziosa ma… non vorrei spoilerarvi il colpo di scena finale per chi non lo avesse visto. Quel che sto cercando di dire è che quando ascoltiamo una voce che racconta una storia, sia essa la voce concreta di una persona che conosciamo (o che crediamo di conoscere), sia essa una voce che ci parla attraverso la pagina, ci capita di soggiacere al potere evocativo di quella storia (al patto narrativo, se parliamo di scrittura). Spesso – e nel caso di un romanzo non può esser che così – la nostra comprensione di quella vicenda passa attraverso la voce dell’io narrante o del suo autore implicito. Cosa succede, però, se la voce che ascoltiamo è quella di un narratore non attendibile?

In questo testo il filtro univoco dell’io narrante è quello di Anna, una giovane di cui sappiamo e sapremo ben poco: personalità frammentata, pulviscolo di pensieri sensazioni sentimenti, grumo di dolore e pulsioni. Ma faremmo meglio ad ancorarci alle evidenze: è una ragazza inguaribilmente sola, cresciuta senza la presenza paterna, in compagnia di una madre che non erige a modello, che anzi mostra di disprezzare in molte occasioni; poi c’è la figura di una nonna incapace, malgrado l’esperienza di vita, di fungere da collante tra figlia e nipote, di imporsi con la necessaria autorevolezza. Una famiglia allo sfascio, parrebbe, dove per la madre, ancor giovane, l’unica strategia possibile è l’arte della fuga (i sedicenti turni di lavoro notturni, da infermiera, pretesti per raggiungere occasionali amanti).

Il preludio del libro è un pugno allo stomaco: siamo testimoni di un fatale stupro, ad opera di tre maschi. Anna è agonizzante, ma gravitiamo nel campo del possibile, sempre in questo romanzo orbitiamo nel campo dell’ipotesi perché la sola voce che ci è dato ascoltare è quella di Anna. Il reale scorre attraverso lei, ci riverbera la sua sensibilità acerba ed esacerbata, tipica di un sentire in via di definizione e maturazione che – ahimé – potrebbe pure non darsi. E la sua vita si dipana a partire da quell’esplosione di violenza, riannodando i fili sparsi di un’infanzia trascorsa (quasi) serenamente: «Era tutto più semplice quando eravamo piccole, io e le mie amiche, e trascorrevamo l’estate in Liguria».

Tutto questo era prima della scoperta della sessualità, prima dello sviluppo di una fisicità prorompente, di un fisico modellato con impegno e ore di sport, capace di catalizzare l’attenzione dei ragazzi. Era quel Tempo in cui Anna conosceva il trucco meraviglioso, quasi una magia, di guardarsi le mani e di esprimere un desiderio. Guardava le mani e vedeva che erano piccole: con tutte le linee al posto giusto. Era quello il suo tronco che emergeva dai flutti, la sua zattera di salvataggio nel mare in tempesta che le vorticava intorno. Tutto ciò accadeva prima di quella vocina: Attenta, Anna. Prima del Grillo Parlante. «Ero come divisa tra sopra e sotto, costretta a ripetermi le parole della Voce roca che mi rassicurava, mi incoraggiava per coprire gli orribili lamenti del Grillo Parlante, lo schifosissimo insetto che non avrebbe mai smesso di giudicare, giudicare per svilire il piacere durante i trionfi del corpo e creare un attrito perenne col mondo di fuori: il conflitto che sarei stata costretta a combattere: due voci, e due menti, per il possesso di un’unica vita…». Tutto questo era prima che arrivasse il Primo, poi il Secondo e infine il Terzo.

Non si dovrebbe mai esser soli nei momenti più cruciali della nostra vita, privi di una guida importante: un genitore, un’amicizia che resiste all’usura del tempo. Non si dovrebbe mai esser soli quando si è in un’età fragile, quando si è vulnerabili, esposti a possibili abusi. Non si dovrebbe mai esser soli, punto. E Anna soffre di troppa solitudine, ha solo il suo autore che le dà voce. La sorprendente capacità di empatia di Alessio Di Girolamo – approvata con lode anche da tante lettrici − di calarsi nel suo personaggio femminile opera una sostanziale differenza tra un libro di genere e un impianto narrativo di spessore. Il giovane autore torinese lavora di cesello, anche nella trappola troppo angusta dell’unico punto di vista, che lo induce a far dialogare Anna con una voce fuori campo, a sdoppiarsi (forse a triplicarsi) su una timeline ondivaga e fluttuante come può esserlo la scansione di un io monomaniaco e per niente indulgente con sé stesso e con gli altri, specie con l’altro sesso. Lo stile scelto, con una disposizione accurata degli a capo, con il ricorso ai corsivi, alle maiuscole, ai punti di sospensione e a una punteggiatura marcata e insistita in taluni passaggi cardine della storia, è padroneggiato con acume e consapevolezza. È una lingua cruda quella di Quante bugie hai detto questa sera, un impasto coeso che ben riverbera al lettore l’angoscia e la confusione di cui è preda questa giovane donna; una lingua che non ha timore di nominare le cose per quello che sono, senza falsi pudori e senza dover essere perturbante a ogni piè sospinto.

Una prova convincente e meritoria quella di Alessio Di Girolamo per questo romanzo dalla rossa, invitante copertina opera di Francesco Dezio. Un’altra selezione coraggiosa per il catalogo di TerraRossa, giovane realtà editoriale pugliese. Consiglio Quante bugie hai detto questa sera a chi è in cerca di un romanzo connotato da una scrittura solida e autoriale e da una ricca introspezione psicologica, elementi non scontati nell’attuale narrativa italiana circolante.

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