Qualche tempo fa lo scrittore Angelo Calvisi ha spiegato perché nei suoi romanzi sia spesso ricorrente il tema del disagio psichico: “Nel mio caso, il pretesto biografico che mi ha spinto a scrivere di disagio psichico è che, per lavoro, ha avuto spesso a che fare con persone che versano in tale stato di sofferenza. Sono state esperienze umane molto forti, ma naturalmente non era tale aspetto umano, a volte anche pietoso e malinconico, ciò di cui volevo parlare. Il fatto è che la dimensione della follia, dove ogni cosa appare come non è, mi sembra allegoricamente portentosa per esprimere la mia visione del mondo, ovvero, ripetendomi, la mia Weltanschauung, parola roboante che naturalmente pronuncio sottovoce, vergognandomi anche un po’” (intervista di Emanuela Chiriacò, zestletteraturasostenibile, marzo 2018).

Una “dimensione della follia” che si manifesta in tutta evidenza anche in “Genesi 3.0”, la nuova fatica letteraria di Calvisi, peraltro del tutto in sintonia con la linea editoriale della Neo edizioni, esplicitamente incentrata su “testi caustici, sarcastici, turbativi, ironici, concettualmente forti e scomodi, deliranti nel contenuto ma non nella forma, capaci di insinuarsi nell’epidermide della cultura e della società attraverso sguardi inattesi, poco considerati”. Un “delirante” che anche giustamente viene anticipato nella quarta di copertina: “tra echi kafkiani e il miglior Terry Gilliam, Angelo Calvisi porta la narrativa italiana dentro nuovi scenari. “Genesi 3.0” è una fiaba allucinata sui vincoli del potere e sulle storture del sangue, una satira visionaria su ciò che siamo o potremmo diventare”. Diciamo subito che il riferimento a Gilliam ci sta tutto, soprattutto ricordando la grottesca burocrazia del mondo totalitario di “Brazil”, nonché i sogni allucinati e psichedelici di Sam Lowry. In “Genesi 3.0” però non andiamo oltre gli “echi”, perché se è vero che il film di Gilliam è stato spesso assimilato al filone distopico, nel romanzo di Calvisi gli elementi più consueti della cosiddetta distopia – il regime oppressivo, uno spaventoso futuro, l’estremizzazione delle storture del tempo presente –  certo non spiccano tanto quanto il magma surreale che rappresenta la storia (o l’incubo?) del Polacco e di Simon. Ambedue vivono appartati ai margini di un bosco popolato da animali oscuri, di ogni tipo e inizialmente non si capisce bene se siano legati da rapporti di parentela. Il Polacco, che in realtà polacco non è, ha questo nome per i suoi trascorsi di combattente ed eroe della Luminosa Guerra: un personaggio di un’età indefinibile, una sorta di futuribile Cincinnato, che educa il suo Simon a suon di minacce e insulti (“Alternava momenti di collera incontrollata ad altri in cui si pavoneggiava come un cazzo di pedagogista”). Simon, il narratore della vicenda (o incubo?) sembrerebbe invece soltanto un ragazzo dai ricordi e dagli istinti sessuali confusi (ne sa qualcosa la povera gallina Mitropa), ignorante su tutto, come può esserlo chi è cresciuto isolato, ai margini di un bosco, ma grande conoscitore di fitoterapia alternativa (tipo la Cuprens Caprinatus, oppure la “Vitilibus Cracchia, pianta delle liliacee i cui succhi maleodoranti conferiscono elasticità alla pelle degli eunuchi”).

Poi poco dopo l’incontro di Simon con una famiglia, padre, madre, figlio, nascosti nel bosco, braccati non si sa da chi, ecco che appare un elicottero da cui scendono “tre uomini di un’età inoltrata con ciclopiche pappagorge e uniformi color kaki di mostrine munite” (pp.23). Da quel momento il Polacco è richiamato nella capitale per diventare il Grande Urbanista. Per Simon inizia un’odissea tutta dentro un regime totalitario, dove la repressione, la violenza, la presenza di personaggi ripugnanti, fanno il paio con atmosfere angosciose, oniriche, surreali, da intendersi sopratutto come emersione dell’inconscio, che sempre più diventa l’autentica peculiarità del romanzo: “ammiro la destrezza dei suoi movimenti mozzi nel riempire le caraffe e nel comporre i piatti che rapidamente ci serve al tavolo e una volta di più apprezzo lo sfavillante orrore del mondo” (pp.47). Il racconto di Simon procede con un susseguirsi di situazioni grottesche e visionarie, una sorta di allucinata discesa negli inferi di strutture sanitarie da incubo; e poi ancora negli inferi di una società totalitaria, burocratizzata, insensata, con momenti in cui sembra di guardare al nostro presente. Un surrealismo che in ogni caso non diventa puro compiacimento dell’incomprensibile: gli elementi satirici emergono in tutta evidenza e quindi potremmo aggiungere che, in “Genesi 3.0”, la rappresentazione dello schifo e delle pratiche più ripugnanti va di pari passo con una comicità altrettanto delirante.

Nonostante questo magma di allucinazioni, di alienazioni, di personaggi letteralmente deformati nello spirito e nell’aspetto fisico, va detto che il linguaggio di Calvisi appare molto controllato: uno stile diverso, vuoi troppo barocco, vuoi troppo sperimentale, a suon di di paratassi, non avrebbe reso altrettanto bene, quasi per contrasto, le assurdità, ed anche la stupefatta comicità delle avventure di Simon, protagonista di un “bildungsroman” talmente alternativo che davvero merita il titolo di “3.0”.