Il giornalista Ranieri Polese in un suo articolo dedicato proprio a Paolo Poli e al libro edito dalla Marietti, ci ha ricordato che l’attore e regista toscano “non amava scrivere: ‘non sono mica Flaubert, io!’: a lui le parole piaceva recitarle, cantarle, farle suonare” (Corriere fiorentino, 03.11.2018). Anche Mariapia Frigerio, autrice dell’ampia e documentata introduzione al “teatro della leggerezza”, riferisce del Poli scrittore, ovvero “ciò che lui non voleva essere” (pp.30). Ma questo apparente disinteresse per la pratica della scrittura non ha significato affatto scarsa abilità nelle vesti di autore oppure indifferenza riguardo l’arte letteraria. Semmai l’esatto contrario, come mette in evidenza la curatrice del libro: “Poli era sempre stato attratto, più che dagli attori, dagli autori” (pp.10). Leggiamo infatti un’introduzione, che peraltro rappresenta una vera e propria biografia culturale dell’indimenticato interprete di “Femminilità!”, e che illustra ampiamente stile e autentico significato dei successivi libretti di sala, caratterizzati da una “scrittura frammentaria, rapida e, nello stesso tempo, incisiva”, espressione di un teatro “fatto di parodie di romanzi o di commedie dell’Ottocento e del primo Novecento”: “La nemica”, “Carolina Invernizio!”, “La vispa Teresa”, “L’uomo nero”, “Giallo”, “Apocalisse”, “Introduzione a STO [ndr: Sergio Tofano]. Una linea di sorriso”. Come ancora sottolinea l’ottima Mariapia Frigerio, il Paolo Poli scrittore riluttante in realtà “era capace di mantenere le battute salaci, il gusto del paradosso, i salti da un argomento all’altro, senza nessun intento didascalico”. Libretti che “rispecchiano totalmente i suoi spettacoli in quanto entrambi sono difficili da definire” e che “risentono di quella matrice dell’assurdo così congeniale a Poli, ma anche di tutti quegli autori a lui cari e per certi versi lontani dalla cultura ufficiale o non ancora ufficializzati” (pp.30).

Approccio che possiamo quindi anche definire comico ma che non nascondeva affatto la critica sociale, muovendosi con la grazia di una fanciullina – decisamente un po’ cresciutella ma forse meno ingenua del previsto – “tra i capisaldi della morale liberty (la mamma, la guerra e il sentimento) e nel contempo “nel magazzino del ciarpame di casa nostra”, ricordando “i dischi a settantotto giri, il fez da balilla, il cinema muto, il tip-tap, l’oratorio delle monache, il teatro dei burattini e il settimanale a fumetti per ragazzi”.

La presa di giro di usi e costumi dell’Ottocento, passando appunto per i romanzi d’appendice, con Paolo Poli diventava anche critica del recente passato e del presente: “Se riusciva a sopravvivere a tutto questo (e c’è da chiedersi se la forte mortalità infantile del secolo XIX non fosse in parte psico-somatica) un bel giorno Teresa [ndr: “La vispa Teresa”] si ritrovava cresciuta, pronta alle nozze con ‘l’uomo che ci vuole’, cioè difficilmente quello che voleva lei, dovendosi tener conto del grado sociale, della moralità, della situazione economica e di mille altre cose poco o nulla imparentate con l’amore, di cui per altro non si faceva che parlare. Dopodiché guai se non produceva ed ammaestrava in luminosa ignoranza una nuova infornata di Terese!” (pp.66). Poi ancora con “L’uomo nero” il cui “vociare austero e tonitruante” appare ancora capace di frastornarci in virtù di “saghe trucibalde, con palpitante dramma in contrappunto, dove il Puro Eroe, sublimazione epica del bempensante, ha sofferta presa di coscienza, e tra martiri illuminanti e sovversivi cachinnanti compie goffe mirabilia, perché nell’Idea ha trovato tutto, da sé stesso alla quadratura del circolo” (pp.74). È uno sguardo divertito e spietato sul ciarpame di qualche decennio fa, ma che ancora sopravvive, magari con un contegno più soffice, più democristiano. Quel tanto da proporre un “teatro della leggerezza” che demolisce, con gran divertimento degli spettatori (e ora dei lettori), i più triti luoghi comuni della società contemporanea; anche grazie ad alcune citazioni “di spiriti liberi dell’epoca”: “L’unica differenza ch’io conosca tra un uomo e una donna è una di quelle cose che non si possono stampare” (Bertrand Russell).

Paolo Poli da queste pagine emerge come artefice di un teatro dal carattere “chiaramente letterario” (pp.6), interprete davvero fuori dagli schemi, probabilmente inquadrato al meglio dalle parole di Natalia Ginzburg (tratte da “Mai devi domandarmi”, Milano 1971), capace di guardare oltre la maschera dell’attore “en travesti”: “Non c’è tuttavia nulla di lezioso o di vezzoso nella sua grazia: non c’è in lui nessuna civetteria, e nessuna timidezza, nei confronti della realtà. La sua grazia sembra rispondere a un’armonia intima, sembra sprigionarsi da un’intima e lucidissima intelligenza” (pp.7).