La sera del 13 novembre 2015 Parigi fu colpita da una serie di attentati, il più grave dei quali fu quello alla sala da concerti Bataclan, dove persero la vita 90 persone. Nel gennaio dello stesso anno erano stati attaccati gli uffici del giornale satirico Charlie Hebdo e il supermercato kosher Hyper Cacher. Questo romanzo di Maria Laura Caroniti, Generazione Bataclan (Mursia, 2018), non vuole essere cronaca degli eventi, ma raccontare la vita delle persone, in particolare di tre donne unite da – almeno – tre particolari: il nome Anna, la nazionalità italiana e la regione di provenienza, la Sicilia. Tre generazioni diverse che si sfiorano e che nel romanzo si confrontano, ora più vicine, ora distanti, ma che nonostante l’esiguità dei contatti lasciano l’una nell’altra un impatto profondo. Tutte e tre a Parigi, ignare di ciò che sta per accadere, stanno vivendo momenti di svolta delle proprie esistenze. Chi legge ne segue le traversie, si immerge nei loro punti di vista, capitolo dopo capitolo: l’amore, l’illusione di un amore, il non voler vederne la fine. C’è la più anziana, che vive in città ormai da anni; la più giovane che è alla sua prima volta, la prima visita nel luogo in cui si è trasferito il suo ragazzo; quella di mezzo, che sta per traslocare e andare dall’altra parte del mondo. Eccole, intrecciate come fili per farne un ricamo sul tessuto parigino. La scrittrice siciliana, al suo esordio nella forma lunga (ha al suo attivo tre raccolte poetiche, uscite nel 1998, 2000 e 2015, di cui potete trovare le recensioni su Porto Franco), condivide con le tre protagoniste il fatto di aver vissuto in Francia e continuare a vivere all’estero, ora nei Paesi Bassi, con la sua famiglia. Questo le permette di avere uno sguardo, secondo me, capace di andare più a fondo nei sentimenti delle Anna e di renderle vicine anche a chi, come il sottoscritto, ha passato all’estero non più di una settimana, per giunta in gita con la scuola.

La sua scrittura ha grazia ma non è indulgente, anzi è spesso dura sia nei confronti della città e dei suoi abitanti sia nei confronti delle protagoniste (che non significa non amarle, al contrario); mostra il sentimento senza cadere nel sentimentalismo. Siamo di fronte a una scrittura matura e coinvolgente, che porta chi legge a provare emozioni contrastanti. Nonostante il titolo del romanzo possa fuorviare – è l’effetto che ha avuto su di me -, si comprende meglio una volta terminata la lettura, quando il disegno del ricamo acquista tridimensionalità. Mi viene in mente l’immagine degli albumi che si montano, che all’inizio sono piatti nella ciotola e via via si fanno bianchi, incorporano aria e aumentano di volume finché non raggiungono il massimo: basta poco per smontare il tutto. Così è costruito questo romanzo: l’incipit ti cattura in modo dolce, e mentre sfogli le pagine avverti la crescita, il respiro che prende, l’aria. E non si smonta, anche se sul finale un paio di frasi mi han fatto assumere un’espressione perplessa (il pelo nell’uovo, in un esordio più che convincente). Trascrivo il passaggio dell’incontro tra le due Anna più grandi, che avviene la sera degli attentati.

“La donna aggrottò la fronte: <<Siamo in molti ad aver perso l’Isola>> ammise con un sorriso triste. L’altra annuì, le tese una mano: <<Anna. Grazie per avermi accolta>>.

La donna impallidì, la guardò vedendo in lei la ragazza. Rivide quegli occhi, ma senza la stessa speranza.

Le strinse la mano: <<Anna, anch’io. È un nome piuttosto comune>> disse, notando lo stupore sul suo volto e, in quell’istante, sperò con forza, con fede, con rabbia, che la ragazza dell’aereo fosse al sicuro e il fidanzato con lei, mentre provavano a consolarsi a vicenda, a spazzare il terrore dalla pelle. Ritirò la mano e, senza aggiungere altro, lasciò la stanza.

Anna la seguì con lo sguardo e incrociò gli occhi di Gilles, che era rimasto in piedi, appoggiato alla porta; si fissarono per un attimo, finché lei non si voltò verso il televisore.

La donna tornò con un asciugamano, glielo porse. Anna alzò una mano: <<Signora, non si preoccupi, davvero. Ha già fatto abbastanza per me>>.

La donna la ignorò: <<Sai cos’è la xenia?>> domandò, passando al <<tu>>.

Anna annuì lentamente: <<Il dono dell’ospitalità, per gli antichi Greci>>. La donna non si mostrò sorpresa: <<Abbiamo perso l’Isola>> riprese, come se parlasse più a se stessa che all’altra <<ma il nostro sangue è misto e sa cos’è l’accoglienza. L’ospite stesso che emerge, non scelto, è un dono>>.” (pag.147)

Perché scegliere di citare proprio questi passi? Perché non si parla direttamente di ciò che è appena accaduto, non c’è bisogno di nominare i luoghi, noi siamo lì, e queste parole all’apparenza generiche – la presentazione di due donne, la scoperta di cose in comune – ci raccontano le loro vite, passate, presenti e future, e la stessa città, che resisterà.