Le vicende dei manoscritti sono sempre interessanti, piccoli fogli di carta passano di mano in mano, sono vergati da grafie diverse, chi li maneggia sente di dover annotarli, postillarli, aggiunge qualcosa di suo e così questi frammenti del passato giungono fino a noi e a volte costituiscono un bel dilemma.

Cristiano Ferrarese, l’ennesimo nostro letterato emigrato all’estero perché non vedeva più possibilità nel nostro paese d’origine guastato da raccomandazioni, burocrazia, mafie e da un’atmosfera paludosa e priva di vie d’uscita, ha scelto di vivere a Bristol, si è occupato di questo piccolo manoscritto, custodito nella F.W. Olin Library del Mills College a Oakland in California, venduto all’asta nel 1920 da due nipoti di Charles Austen, fratello della scrittrice Jane.

Due fogli slegati, sul primo Charles annota “Preghiere composte dalla mia sempre cara sorella Jane” e da qui scaturisce l’attribuzione del testo.

Ci sono però vari problemi, perché il manoscritto è vergato con calligrafie diverse e i fogli hanno anche differente filigrana. Pare che James Austen, uno dei fratelli di Jane, abbia scritto la prima preghiera sul primo foglio tra 1818 e 1819 e poi la seconda e la prima parte della terza sul secondo foglio, mentre la seconda parte dell’ultima preghiera potrebbe esser stata scritta da Cassandra Austen, una delle sorelle di Jane.

Probabilmente il manoscritto arrivò a Charles dopo la morte di uno dei fratelli (James morì nel 1819, Cassandra nel 1824).

I fratelli Austen erano figli di un pastore anglicano e quindi in casa respiravano sicuramente un’atmosfera intrisa di devozione e di preghiere, probabilmente di una certa austerità, ma non priva di cultura.

La biblioteca di famiglia contava oltre 500 volumi e il padre ci teneva che i figli fossero istruiti. Purtroppo morì improvvisamente nel 1805, lasciando la moglie e le due figlie rimaste nubili Jane e Cassandra in difficoltà economiche, nonostante l’aiuto dei sei fratelli.

Le tre preghiere qui pubblicate sono preghiere della sera, si chiudono tutte con un Padre Nostro e, in certe, parti, lo parafrasano.

Si tratta di tre momenti di riflessione al cader del giorno, quando i cuori si rivolgono all’Altissimo per invocarne la misericordia e il perdono per i peccati commessi (molto forte questa dimensione del peccato). È l’ora dell’esame di coscienza ed è anche l’ora della consapevolezza di tutte le benedizioni ricevute. Si chiede pure il dono della coerenza, cioè di non agire da cristiani “solo nominalmente”.

Poi la preghiera si estende e vengono invocati misericordia e aiuto non solo per i propri familiari o amici, ma per chi è malato, per gli orfani e le vedove, per gli afflitti, per i viaggiatori lontani, per i prigionieri. Direi che è uno schema classico, molto devoto, ma non privo di una sua bellezza e delicatezza.

“Che la tua benevolenza ci preservi. Preghiamo per tutti quelli che amiamo e ci sono cari e per ogni Amico e per ogni parente. Anche se divisi e lontani, sappiamo di essere tutti uguali davanti a Te e sotto i tuoi occhi. Che noi si possa, stanotte, essere altrettanto uniti, nella Fede e nel Timore verso di Te, come nella Tua clemente protezione.”

Il mediatore delle preghiere e il modello cui rifarsi è ovviamente Cristo, massimo esempio di umanità, volto incarnato di Dio.

L’immagine di Dio cui l’orante si rivolge è misericordiosa e benevola, quella appunto di un Padre che protegge dai timori della notte e ricolma di beni gli uomini. Il massimo modello di preghiera resta comunque il Padre Nostro, insegnato direttamente da Gesù e degno di concludere ogni testo.

L’edizione mi pare ben curata e arricchita da belle illustrazioni. Poche pagine per scoprire un aspetto molto personale e privato della scrittrice inglese, direi un testo per cultori della Austen, ma anche un modo per scoprire qualcosa della spiritualità dell’Ottocento presso le classi colte.