Nomi ha sedici anni, la faccia che ogni tanto le fa male, metà famiglia sparita senza fare un fiato e un padre che si ostina a indossare la cravatta in ogni circostanza. Nomi vive in Canada, in un posto dimenticato dal Signore, proprio come capita di solito a chi nasce mennonita. “Per quel che ne so, è la sottosetta più sfigata a cui si possa appartenere a sedici anni. Cinquecento anni fa, in Europa, un tizio di nome Menno Simons si è messo di buzzo buono per inventarsi una religione tutta sua e lui e i suoi seguaci olandesi polacchi e russi sono stati ammazzati di botte o costretti a conformarsi, finché alcuni sono venuti a cacciarsi proprio qui dove sono io adesso. Ironia della sorte, hanno chiamato questo posto East Village, il nome del quartiere di New York dove vorrei tanto abitare“. A Nomi è rimasto suo padre Ray che lei chiama solo Ray. Ray ha la sua sdraio gialla dalla quale ogni sera ammira il panorama della strada statale che corre non molto lontana da casa. Ray porta grandi occhiali rettangolari e probabilmente soffre almeno quanto Nomi. È il dolore di chi si è ritrovato solo e non l’ha scelto. Perché Nomi e Ray sono molto più soli e fragili e smarriti e confusi da quando Trudie e Tash sono andate via. E su dove siano ora sua sorella Tash, e sua madre Trudie, Nomi si interroga spesso. E pensa anche a come vivano e cosa facciano lontane da lei e da East Village.

Anche Nomi vorrebbe andar via. Vorrebbe sganciarsi dalle regole ottuse e claustrofobiche che la Bocca, vale a dire il pastore Hans, ossia suo zio, proclama dall’altare ogni maledetta domenica. Tutto è peccato per i mennoniti. Almeno così ha voluto Menno. “Immaginate il ragazzo più disadattato della scuola che mette su un movimento separatista: il suo manifesto mette al bando i mezzi di informazione, il ballo, il fumo, i climi temperati, il cinema, gli alcolici, il rock and roll, il sesso a scopo ricreativo, il nuoto, il trucco, i gioielli, il biliardo, le gite in città e l’andare a dormire dopo le nove. Ecco, quello è Menno, fatto e finito. Grazie tante, Menno“. Vivere a New York e accompagnare Lou Reed in tour, quella sì che sarebbe vita. Invece no. Nomi sta dove l’hanno abbandonata sua sorella prima e sua madre poi. In un posto in cui per i viventi vale un principio che sa di medioevo: “Il concetto è che dobbiamo agognare la morte col sorriso sulle labbra e nel frattempo, fino a quel benedetto giorno, la nostra vita deve essere un facsimile della morte o come minimo dell’agonia“. Non ci sono risposte nella vita di Nomi, ma una montagna di domande per lo più caotiche o mal poste. Ma è esattamente questa la grandiosità di Nomi, un personaggio che la Toews deve aver costruito rammentando a se stessa quella che probabilmente lei stessa era all’età di Nomi. Goffagine mista a stupore, negligenza mista ad autodistruzione, tenerezza mista a istinto omicida. Nei paradossi di Nomi c’è tutto il senso di questo bellissimo romanzo che, come un interminabile flusso, parte dalla coscienza incosciente di Nomi per arrivare fino ai nostri occhi.

Nomi cucina (male) pasti in ordine alfabetico, fuma le solite sigarette, non riesce mai a finire i compiti e un giorno decide di rasarsi i capelli a zero. È fondamentalmente una bambina che non sa da che parte si cresce. Dovrebbe proiettarsi nella vita che verrà ma è troppo impegnata a scandagliare i ricordi di quando era più piccola, di quando c’erano Tash e Trudie, di quando probabilmente era stata felice o, almeno, più felice di adesso. Perché comunque, si sa, nella vita lei finirà per fare quello che hanno già fatto tutti: “…sai cosa me ne fregherà quando sarò lì a tirar colli e a sbattere cadaverini pennuti sul nastro trasportatore in un macello buio di cemento grigio alla periferia di un paese fuori dal mondo. La maggioranza dei ragazzi di qui finirà a lavorare all’Allegra Fattoria, dove i polli autoctoni rendono l’anima a Dio. Io ho sedici anni, giovane per essere sul punto di diplomarmi, e tra pochi mesi prenderò il mio posto alla catena di montaggio della morte“. Il disincanto di Nomi sa essere torvo ma è sempre e comunque intriso di una disperante ironia. Una creatura adorabile per via della sua opalescente inettitudine ma anche per via di una fragilità che in tanti momenti la rende uguale a chiunque ricordi di aver avuto sedici anni.

Anche il dolore sofferto da Nomi assume una sua connotazione d’incantevole e lancinante purezza, come quando, ad esempio, arrivi a leggere righe come queste: “Sarà stata la luce delle 17.36 di un pomeriggio di giugno o l’odore di polvere misto all’acqua dell’impianto a pioggia o la voce della bambina dei vicini che urlava ti ammazzo, ma all’improvviso è stato come morire, tanto mi mancava Tash. Come se stessi per svenire, per stramazzare a terra lunga distesa. Un colpo di pistola alla schiena. Come una sorpresa, ma brutta. E poi è passata. Passa sempre. Ma mi ha sfinita, come una crisi epilettica“. C’è una grazia impacciata nella fiaba tenebrosa di Nomi, una grazia fatta di dolcezza e anarchia, qualità che solo una grande scrittrice poteva partorire e iniettare nella figura di una ragazzina. “Un complicato atto d’amore” è solo il terzo romanzo di Miriam Toews ma probabilmente è uno dei suoi migliori in assoluto.