A cosa serve un libro se non è una scossa tellurica, se non smuove qualcosa? Si fa presto a dire ricrescite, ci sono ricrescite e ricrescite: c’è il fiore stilizzato e vagamente extraterrestre della copertina; ci sono ricrescite botaniche, il nespolo in giardino o l’oleandro; cose come “i primi segni della primavera che si hanno a gennaio con i piè di gallo che sono fiorellini di campo con sei petali gialli voltati all’ingiù”; ci sono ricrescite come riti; ricrescite di ricordi e quindi la letteratura e l’eterno gioco di maschere e travestimenti; la nostalgia delle cose, quindi la necessità di un taccuino a portata di mano al servizio come in questo caso di un diario trasfigurato con la forza dell’immaginazione, in questo strano libro che non può certamente essere inserito fra la schiera dei classici romanzi con personaggi, trama e intreccio. Ci sono le umane ricrescite di esistenze liberate da schiavitù e dipendenze, come può accadere in una comunità per alcolisti, ma ci sono anche ricadute: nelle malattie; negli stessi vizi; negli errori; come se una ricrescita non potesse mancare della sua ricaduta in un eterno yoyo delle esistenze. Soprattutto ci sono vulcani e pianeti in questa autobiografia che in quanto tale non comprende solo quello che viene fatto concretamente ma anche ciò che è privatamente immaginato dall’autore che pertanto ci lascia questo oggetto sospeso nel vuoto, nell’anno (ci dice il Nelli) a cavallo del nuovo millennio (anche il tempo ricresce?).

E ci trovi un po’ di tutto e di tutti, come negli almanacchi di una volta: storie di vulcani che eruttano e altri no; vita e conformazione di pianeti; i mai nati che fummo; interviste; canzoni; filastrocche; deliri; sogni e poesie; luoghi appena tratteggiati o trasfigurati che riconosco familiari per appartenenza, periodi come ricordi, come quelle “antiche fiere di uccelli e finestre illuminate con una luce così mesta che fanno venire in mente il cuore gonfio del buon Gesù Cristo e tutti i calendari religiosi della terra”.

Un libro così ti crea una musica dentro, che la forma diaristica in letteratura, non è certo poi un’eccezione, da Foscolo a Defoe fino (perché no) a Christiane F., ma le Ricrescite di Nelli vengono a suturare delle ferite, perché rinascere non assomiglia al fulmine della resurrezione, quanto alla paziente ricostruzione di un mosaico e mostra quanto sia necessario intossicarsi per disintossicarsi, per rinascere, per ricrescere.

Agli spazi intimi e cronachistici, ai serrati dialoghi e illuminanti botta e risposta fra padre e figlio, un bambino, Federico, spesso connotato semplicemente con “F”, figlio dell’autore (in tali casi “IO”), figlio che si intuisce essere agente primo della ricrescita, si sovrappongono piccoli atti zen come proteggere un insetto morto riparandolo con il petalo di un fiore, o mettere in posa dei giocattoli, oppure la stessa saggezza esplosiva di Federico che in forma di haiku riesce a spiegare cos’è un pensiero o qualche madeleine proustiana sul filo dei ricordi delle estati passate dai nonni e dei pomeriggi di ritorno da scuola, le roncole dei contadini, gli aratri, vecchi ruderi e trattori, il pane nelle madie, riti come l’uccisione del maiale, della potatura, della mietitura del grano. La quotidianità smarginata che non trova, come vorrebbe un classico diario, un’espressione cronologica su un calendario, ma si manifesta con tutti questi inizi, false partenze, racconti mancati, arti fantasma, il famigerato non detto e con paragrafi come giorni che sono agnizioni, visioni al tramonto, fantasmi, contorsioni, convulsioni mentali e sconfitte, “euforie tralignanti, depressioni”, “tutti i mostri a cui dobbiamo dare un nome”, “gli spasmi delle aspirazioni”, “la colata degli infortuni”, “gli spettri dell’autosvalutazione”, e soprattutto tutti questi vulcani e le descrizioni della loro attività che aspettiamo ansiosamente a ogni nuova pagina come se si trattasse di un libro illustrato, ed io che con certe nozioni e numeri tratti dalla vulcanologia provo a visualizzare la profondità della terra (6000 km è il raggio ci informa il Nelli), mentre come un novello Verne mi accompagno in un immaginario viaggio fino al suo centro passando per il mantello, la litosfera e l’astenosfera, cercando di sfruttare la stessa forza sotterranea e l’ellissi di quello che sto leggendo, che la vulgata definisce un romanzo ibrido, un altro modo forse per parlare di un collage dada, del giro di piano in un brano jazz, qualcosa da leggere al contrario e da rileggere aprendo le pagine a caso, poesia in prosa o viceversa in una forma letteraria che viene spesso stigmatizzata per logiche editoriali darwiniane che fanno sparire certi libri dagli scaffali con la velocità della luce e quindi grazie a chi come Tunué nella persona di Vanni Santoni che ne cura la collana “Romanzi”, riscopre perle come questa a distanza di anni, la prima edizione è del 2004.

Chissà cosa cerchiamo nei libri, forse evasione, forse fuggire a “questo strano dolore che infligge il tempo e che a volte ci impiglia in fili dorati”, forse ritrovare parti di noi stessi che si sono perse, pulviscoli di senso da scandagliare magari nei deliri degli alcolisti della comunità dove l’autore ha prestato servizio e che ricordano nell’oniroide deliquio della parola l’assedio delle voci del Celati delle “Comiche” o cose minime come il fremito che provocano le gocce di pioggia sul collo dei cavalli, gli spazi vuoti (il non detto) come crateri, ancora loro, questi vulcani, quasi un imperativo categorico: “il cielo stellato sopra di me e i vulcani sopra lo specchio”, tanto da far pensare che nell’economia del libro siano una grande iperbole tesa a rappresentare l’umana condizione, fosse anche solo per evidenziare la sproporzione fra l’universo che ci contiene e ancora ci sopporta e le nostre piccole e meschine vicende (non c’è dubbio che dovrò procurarmi un’enciclopedia sui vulcani). Su tutto, questa scrittura che assomiglia al Pessoa dell’Inquietudine, la scrittura dell’autore come un tagliare, diraspare, pareggiare le siepi, piantare e fare qualsiasi lavoro di giardinaggio, la forza illusionistica della letteratura in un domanda-risposta-domanda fra padre e figlio:

“F: come fa un treno fantasma ad attraversare una montagna?’

IO: come fa un fantasma ad attraversare una parete?”…

Un altro modo di dire “il poeta è il più grande mentitore…” a proposito di Pessoa, di leggerezza, sorvolo e grazia, solo quella che può dare la profondità della poesia, tutto quello che è questo strano libro oltre allo strano effetto che ha su di me: cancella tutto e lo riscrive mentre lo leggo. Per esempio: l’ho letto la prima volta e sono stato riportato all’inizio a rileggerlo ancora, quando poi ho scritto queste righe, e sicuramente lo rileggerò pescando a caso e queste cose verranno cancellate come tracce sulla sabbia scompigliate dal vento o seppellite dalla lava di un vulcano.