La pubblicazione della collana “Opere di Dino Terra” da parte della Marsilio è un’iniziativa editoriale che, almeno in parte, potrà riesumare dall’oblio il pensiero e l’arte di un intellettuale –  come scrive Paolo Buchignani nell’ampia introduzione a “D’Annunzio e il caso Fiume” –  “assai più importante di quanto non dica oggi la sua fama” (pp.vii); e che inoltre potrà  fornire qualche indizio su quei circoli culturali romani che, tra gli anni venti e gli anni trenta, videro collaborare fianco a fianco “sovversivi” rossi e neri. Sempre secondo Buchignani i protagonisti di questo strano connubio, in bilico tra fronda e desideri rivoluzionari, sono stati colpiti da una sorta di rimozione, vuoi per “non turbare comode ricostruzioni relativi ai rapporti tra gli intellettuali e il fascismo”, vuoi per la complicità di scrittori famosi che, nel dopoguerra, hanno occultato opere e circostanze imbarazzanti della loro biografia.

Se quindi la produzione letteraria di Dino Terra, al secolo Armando Simonetti, si può considerare sottovalutata e in gran parte inesplorata, ancor di più raro e insolito appare un pamphlet come “D’Annunzio e il caso Fiume”, scritto nel 1919, quando l’autore aveva appena sedici anni, sfuggito fortunosamente alla distruzione delle opere d’esordio. Articolato in tre parti – Il poeta, L’eroe, Il caso Fiume – questo scritto rappresenta sia un attacco veemente, pesantissimo nei confronti del “Vate”, sia la dimostrazione di come Simonetti-Terra sia stato un ragazzo eccezionalmente precoce: è di tutta evidenza la profonda cultura del giovane scrittore e polemista e nel contempo la sua capacità di argomentare con linguaggio comprensibile malgrado qualche espressione arcaicizzante e probabilmente compiaciuta.

L’opera poetica dannunziana – quella di un “cattivo imitatore” – viene demolita, valutandola scarsa di contenuto, seppur “brillantissima nella forma”, ammorbata da una visione tutt’altro che nitida, involuta, decadente nel senso peggiore della parola, viziata da un istrionismo degenerato, da palesi plagi di autori per lo più francesi. D’Annunzio, anche nelle vesti di “eroe” ne esce malissimo, tutto preso da un imperialismo vissuto come “una espansione del suo ego smisurato” (pp.xv). Terra come prototipo di eroismo ha in mente Ettore, un personaggio innanzitutto umano, consapevole che il sacrificio non è un atto estetico ma qualcosa di necessario che corrisponde ad un interesse della collettività. Al contrario in D’Annunzio appare di tutta evidenza il disprezzo della vita, tutto volto ad incontrare la “bella morte”; non altro. Secondo Terra il pensiero rivoluzionario del Vate non è altro che espressione di un agitatore improvvisato, così come “chi non sa organizzare, chi ha fretta di agire per mettersi in mostra, chi getta il guanto di sfida senza valutare le forze dell’avversario” (pp.26).

Ed infine il “caso Fiume”. Il giovane Armando Simonetti condivideva le ragioni di coloro che rivendicavano l’italianità di Fiume, l’avversione per il capitalismo internazionale, l’indignazione per quanto accaduto al Congresso di Versailles, l’idea della Grande Guerra come completamento del Risorgimento, ma nel contempo il futuro Dino Terra ravvisava nell’impresa dannunziana la mossa dell’avventuriero, ancora una volta, sovvertendo l’esercito e gettando zizzania e anarchia nelle file dei gregari, “un atto di pretorianismo, un principio di decadenza” (pp.30), una risibile imitazione di Garibaldi e Napoleone da parte di chi è privo di morale e di capacità politiche ma soltanto dominato da un’immensa ambizione. Peraltro va aggiunto che l’idea dell’impresa di Fiume, ovvero gran patacca ad uso e consumo di ambizioni personali non è stata propria soltanto di Simonetti e della storiografia di sinistra. Pensiamo al liberalconservatore Montanelli che così tagliava corto su una vicenda a suo dire tutt’altro che eroica: “I Legionari abbandonarono Fiume indisturbati, e lui si avviò verso il dorato esilio di Gardone. A un popolo – scrisse più tardi – che abbandonava Fiume al suo destino per non distrarsi dalle sue «gozzoviglie natalizie» non valeva la pena sacrificare il proprio corpo sanguinante. «Ha lasciato Fiume – commentò Nitti – come tutte le sue donne: in miseria». Lei forse troverà questo mio riassuntino piuttosto irriverente. Lo è. Perché considero l’impresa di Fiume non un fasto, ma un nefasto nazionale e una delle più buffonesche italianate della nostra Storia” (I.M., 2001).

Il punto, per tornare al pamphlet giovanile di Terra, è che le due tendenze irriducibili presenti “nello spinoso affare di Fiume” sarebbero quella dei miliardari e  quella rappresentata dalla “santissima aspirazione degli Italiani di annettere alla madre patria la martire città: “due tendenze: materialista l’una, l’altra idealista; Woodrow Wilson e d’Annunzio, il rappresentante del denaro ed un poeta” (pp.32). Ma il mondo, secondo Simonetti-Terra, non è costituito da queste due realtà di privilegiati e di personaggi fuori dalla realtà. La conclusione del giovanissimo polemista, come ci ricorda Buchignani, riecheggia posizioni salveminiane e, possiamo aggiungere, assolutamente minoritarie, se pensiamo a quanto sarebbe accaduto da lì a poco nell’Italia e nel mondo: “Noi abbiamo accettato la guerra, per uccidere la guerra e non per trovare nuovi addentellati, adatti a farla risorgere. Giacché mai con la guerra, e la storia ci ammonisce, la giustizia è tornata a fiorire sul mondo” (pp.37).