Vi è mai capitato di interrogarvi sulla ragione d’esistenza di certe persone?”.

Persone incontrate in autobus, al supermercato o che incrociamo per strada e che non interferiscono nella nostra vita se non per lo spazio d’un istante; persone di cui non sappiamo nulla, ma che al di là di noi hanno una loro storia (…forse).
Esistono davvero al di fuori della nostra percezione? C’è un pattern inconscio dietro questi incontri?
Ecco i primi interrogativi esistenziali di Horace Prynton, personaggio nato dalla penna di Lorenzo Fusoni e protagonista del libro Piccole esistenze, edito da Ianieri.
Trentacinque anni, direttore di una rivista culturale, Horace ha una moglie di cui è “abbastanza innamorato” e due figli “davvero notevoli”, conduce a Manhattan una vita quieta, ma solo in apparenza. La sua mente è tormentata da una serie di ricordi che, pur essendo vividissimi, sembrano appartenere ad altre vite, passate e future, a luoghi lontani, “ricordi senza origine”. Il tormento più grande: trovare la donna predestinata, già incontrata in vite precedenti, ma non ancora in quella corrente, la donna dal nome altisonante: Amaelia.

il mio tormento più grande è uno solo: capire chi è Amaelia, il cui angelico viso é scolpito nella mia mente” (pag.15).

Ecco che dalla “ragione d’esistenza di certe persone”, l’autore fa presto virare il personaggio verso altre suggestioni, altrettanto impegnative, legate alla concezione idealizzata dell’amore — secondo cui esiste un’anima a noi predestinata — e alla reincarnazione.

La mia anima è una sola ma si è spostata, attraverso gli anni, in corpi differenti. È riuscita a sconfiggere la morte” (pag.14).

Gli interrogativi sollevati non finiscono qui. C’è la questione se più reincarnazioni appartenenti a tempi precedenti e successivi possano coesistere e se in virtù di questa coesistenza se ne possano percepire i ricordi, le immagini. Tra un capitolo e l’altro, si susseguono intermezzi incentrati sul dialogo tra due personaggi che fluttuano in una dimensione oltre la morte e riflettono su altrettanto complesse questioni filosofiche: si possono trattenere i ricordi della vita precedente? Che ruolo hanno i ricordi nel determinare la nostra esistenza e quella degli altri?

È forse il ricordo di lei che mi fa esistere ancora? Il ricordo che sostiene un ricordo. Da perderci la ragione…” (pag.93).

Di volta in volta, il protagonista si tormenta attorno ai suoi dilemmi, per poi, nel giro di poche pagine, essere colto da momenti di “fulgida consapevolezza”, intuizioni o vere e proprie rivelazioni che lo portano a darsi (e dare) una risposta, non sempre però originale:

Da qui, un’intuizione: avrei dovuto capire da subito che nessuna esistenza è indipendente dalle altre” (pag.33).

Al lettore non viene concesso il tempo di elaborare. È una narrazione che comprime, non dà spazio.

Horace “sfoglia” alcuni saggi di meccanica quantistica e vi trova prove a sostegno dei suoi ragionamenti. Si sofferma il tempo di qualche paragrafo su macro-concetti riferiti a spazio e tempo e alla percezione della realtà delle cose secondo la nuova fisica. Ancora, nelle teorie della fisica moderna trova il principio di entanglement, per cui esiste una connessione quantistica che unisce due entità, anche se enormemente separate: lui e Amaelia.

Nel corso delle nostre precedenti vite, io e Amaelia siamo stati connessi da un legame di interdipendenza, nonostante fossimo tenuti separati da elementi reali ed eterogenei […] L’ho sempre saputo […] Ma ora il riscontro scientifico […] rende la suggestione un’ipotesi più coerente” (pag.67-68).

Tra le varie riflessioni, troviamo Horace alle prese con i suoi flashback. Prima è un giovane arruolato in guerra e Amaelia una ragazza che subisce uno stupro. In un altro tempo e luogo lui è un animale da soma e Amaelia se ne prende cura. Poi i due si incontrano in un gruppo d’aiuto per malati di AIDS. Tra alterne vicende, ci ritroviamo in un futuro in cui la Terra non ruota più attorno al proprio asse, gli uomini hanno perso la voce e comunicano tramite i palmi delle mani.
Si passa attraverso un paio di pagine costellate da draghi, re e principesse, con Horace intento a raccontare una favola fuori dai canoni al proprio figlio. Seguono alcune considerazioni sui motivi in virtù dei quali si può decidere di iniziare un racconto.

L’idea di possibili interferenze di vite passate nella nostra esistenza non è nuova, è stata ampiamente battuta. Probabilmente c’è un valore aggiunto in questa narrazione, ma io non sono riuscita a coglierlo, forse si è perduto tra le varie vicissitudini e le tante tematiche toccate, davvero troppe, a mio avviso, e troppo complesse per essere affrontate tutte insieme, approssimativamente, nello spazio di poco più di cento pagine.

Ho trovato la scrittura artificiosa, il personaggio supponente, anche se spesso mette le mani avanti:

non ho alcun interesse a predicare a chicchessia […] non sono per nulla interessato alla carriera di leader carismatico” (pag.66).

Un libro difficile da definire: non ha lo spessore di un saggio filosofico, ma nemmeno la consistenza narrativa di un romanzo, mi è sembrato piuttosto una sorta di stream of consciousness che mette in primo piano il soggetto narrante: il protagonista, e verosimilmente l’autore.
Non mancano parti interessanti, ma forse andavano isolate e sviluppate oltre la superficie. È un peccato se se ne è perso il potenziale.