Spero ostinatamente nel lieto fine.

L’happy ending è prerogativa dei romanzi d’appendice, e so benissimo che il dramma è considerato il genere principe del cinema. Eppure di fronte agli spettacoli più crudeli fremo per l’epilogo giustizialista.

L’acerbo spettatore che è in me si ripropone.

Chi ha già visto “La Favorita” capirà quanto sia uscito disfatto dalla sala.

Colpito così in profondità da portarmi il segno di un graffio, di un morso allo stomaco che ho aspettato si rimarginasse.

Sono questi i colpi inferti dall’ultimo lavoro di Yorgos Lanthimos, regista greco coccolato dai festival e già da anni impegnato in produzioni con attori hollywoodiani.

Nell’opera in questione, ambientata nell’Inghilterra del 1700, è la terribile corte della regina Anna al centro dell’interesse narrativo.

Come ogni reggia che si rispetti, pullula di infidi traditori e di ruffiani, laboriosi nel proteggere il loro posto al sole. Tra questi primeggia Sarah Churchill, Lady Marlborough, consigliera e inseparabile braccio destro della sovrana. Una autentica fuoriclasse. Così superlativa nel servire, dall’essersi guadagnata il diritto di comandare. La sorte del regno dipende da lei, persino le questioni politiche più spinose, come il conflitto francese. La sua leadership resta indiscussa fino all’arrivo della cugina di Sarah, Abigail, che, elemosinando un lavoro da sguattera, la soppianterà.

La storia si dispiega attraverso la successione di capitoli, battute incise a chiare lettere, apparentemente innocue, volutamente svianti, così da coglierci alla sprovvista nell’escalation tragica. Il finale è disturbante, indimenticabile nella cruda rappresentazione dell’arrivismo malvagio, che qui è donna.

Potrebbe suonare ingiusto l’accento sul gentil sesso, in questi termini così spietati e non certo lusinghieri, ma accantonare il loro lato gentile e materno, serve a mostrarne l’autorevolezza e la forza al pari del maschio privilegio. Le donne indossano le armi, decidono della morte o della salvezza dei sudditi, esigono il corpo di chi desiderano. Il potere si imbelletta sotto gonne a palloncino e corsetti frastagliati. E supera qualsiasi identificazione di genere e l’idea che ci siamo sempre fatti della regalità e della supremazia.

Un cast centrato popola questo universo rosa; Olivia Colman (regina Anna), Rachel Weisz (Sarah) ed Emma Stone (Abigail) sono il trio delle meraviglie. A mio avviso la Coleman è la più abile, e la più intensa, poiché dà voce alla follia.

Le altre due attrici, che pur meritano lode per aver indovinato le loro performance, interpretano dei personaggi che abbiamo già conosciuto nel nostro passato di spettatori o, a dirla tutta, che non abbiamo mai smesso di incontrare; i carrieristi che vogliono guadagnarsi lustro senza avere alcun merito, leccando i deretani indorati e infangando la reputazione di chi vogliono scavalcare. Sono questi gli sciacalli di ogni tempo, e quindi per incarnarli basta ispirarsi alla vita di tutti i giorni, ben nota nei camerini di un set o nei corridoi di un ufficio. Ma la pazzia di Anna ha impegnato l’artista inglese in un impresa prodigiosa e davvero complessa.

Esordisce una donna insicura e goffa, che si compatisce per quel suo imbarazzato tentativo di regnare o semplicemente di esistere. I suoi guizzi di volontà sono puerili frecciatine a Lady Marlborough, che la tiene in pugno offrendosi sotto le lenzuola. Ma la Colman inselvatichisce piano piano questa donna inferma e debole, la cui cattiveria cresce con l’allontanamento di Sarah. E così rinneghiamo la pietà, e le pieghe deformi del suo viso diventano ripugnanti, indigeste. L’odiamo profondamente.

Ineccepibile, la protagonista, come tutto il film.

Le scenografie, curate da Fiona Crombie, sono fastose e di una raffinata ricercatezza, così come i costumi di Sandy Powell. Le musiche in alcuni punti picchiettanti, seguono il ritmo nervoso della trama senza perdere colpi. Ma nel valore morale della storia si rintracciano gli onori del regista.

Non si fissa sulle nudità delle sue interpreti, non racconta un legame saffico ma un intesa fra donne, che trova nel sesso solo un espressione, la più ovvia, della complicità. Abigail e la sua entrata in scena spiegano proprio quanto l’avvenenza non basti a sostituirla nel cuore di Anna. Orfana della sua Sarah, la sovrana si infliggerà una sofferenza così lacerante da annientare di botto il suo corpo, che serpeggerà ai piedi del letto.

La bestialità umana difatti viene servita al pubblico e celebrata nell’invasione roditrice che divora lo schermo (il tripudio di conigli sui titoli di coda è un coup de maître). Opulenza e lusso comprano l’esistenza di queste tremende arrampicatrici e di insulsi damerini.

Gli uomini sono figure letteralmente ai margini, confinate alla ridicola dedizione di imbarazzanti passatempi o di ciarle da salotto. Quell’unico matrimonio che si suggella tra Abigail e il barone Masham, breccia beneaugurante di sentimento, si consuma in pochi attimi, fra i più grotteschi della pellicola. Ancora pugni.

Quell’acerbo spettatore è stato lasciato in bilico, costretto a vedere la speranza frantumarsi e poi ad ammettere che c’è del vero, persino del buono in tutto questo. Nella presa di posizione (estorta con cinismo dal regista) rifletto sui traguardi dell’umanità, evoluta solo per l’affinarsi dei suoi istinti bestiali.

Lanthimos ci schiaffeggia fino all’ultimo per obbligarci all’orrore. Che è in noi.

Farci credere migliori, giusto per poco.

Giovanni Capizzi