Rachele, giovane ebrea, vive rinchiusa in casa da dodici anni, da un giorno di aprile in cui ha deciso di chiudere i rapporti con l’esterno. La sua famiglia sembra scomparsa, come se fosse stata improvvisamente portata via per non ritornare più. Sparita nella nebbia, al punto che, se il romanzo non fosse ambientato in età contemporanea, avrei pensato alla Shoah, ai milioni di ebrei deportati dalle loro case per essere uccisi nei campi di concentramento e avrei immaginato Rachele come una ragazza miracolosamente scampata alla furia persecutoria.

Invece non è così. È tutto molto diverso e assai complesso.

Strutturato in parte come un thriller, ma senza delitto, il romanzo – a tratti saggio – di Valentina Belgrado disorienta e poi sorprende molto. Scritto in un linguaggio molto preciso, rifinito, difficile a volte (per l’uso anche di termini scientifici), frutto di un labor limae accuratissimo e raro di questi tempi, si muove su più piani.

Il primo è il punto di vista di Rachele, la protagonista, una giovane di famiglia ebrea che racconta la sua vita solitaria, le sue abitudini fisse, la sua quasi ossessione per l’acqua, la sua passione per la lettura.

Ordina libri su libri via Internet e poi ne assimila i contenuti, la lettura per lei è “una specie di solco” che la tiene ancorata al passato ed è anche un antidoto alla depressione.

La casa in cui Rachele si muove viene descritta nei particolari, perché la protagonista le dà un’importanza notevole, lei vive come in un “acquario ovattato” con i suoi ritmi, le sue abitudini fisse, le sue abluzioni.

Nella seconda parte parlano invece i familiari di Rachele: la madre Lia, il padre Giuseppe e il fratello Beniamino e la situazione inizia in parte a chiarirsi.

La dimensione dell’appartenenza all’ebraismo, seppure non fervente da parte di tutti, si delinea meglio ed ha la sua parte nella vicenda.

Infine nella terza parte si sommano i segnali e gli indizi che porteranno alla risoluzione del caso, che comunque arriverà proprio nelle ultimissime pagine, che non è lecito anticipare. Basti dire che si tratta di un fenomeno strano che, immagino, pochi conoscono.

Il romanzo è intriso di cultura ebraica a cominciare dai nomi dei protagonisti e dalle loro relative storie bibliche. Vi è poi l’acqua, onnipresente, insieme con i pesci e le abluzioni che, quasi come un rito, Rachele compie continuamente. E all’acqua e all’aiuto del fratello sarà legata anche la risoluzione finale.

Persino il nome di un insigne studioso, che si rivela solo alla fine, si rifà a una figura biblica, il LEVInATHAN, il Leviatano, il mostro del mare, che terrorizza chi deve affrontare i rischi della navigazione.

Inoltre Rachele rimane chiusa in casa per dodici anni: dodici sono le tribù d’Israele e dodici i Profeti minori e soffre di emicranie da quando aveva dodici anni.

I riferimenti sono numerosi e soprattutto segnano la trama, ne sono elementi imprescindibili. L’atmosfera è di perdita, talvolta di angoscia indefinibile e di disorientamento.

Consigliato a chi vuole lasciarsi sorprendere con stile e desidera trovare un testo con un lessico accurato e preciso.