Il titolo sembra promettere una sorta di saga fantascientifica, avventure tra galassie, astronavi e pianeti, eroi ed eroine, cattivi da combattere e colpi di scena. Niente di più sbagliato: questo libro è ambientato sulla nostra Terra, e lo è talmente a fondo da esplorarne i lati più spiacevoli e scuri.

Facendo una rapida ricerca su Google si scopre che in verità Panopticon è il progetto di un carcere ideale disegnato nel 1791 dal giurista Jeremy Bentham: una struttura che prevedeva una torre di osservazione centrale con le celle intorno disposte a cerchio. Il concetto alla base era dare la possibilità ai guardiani di poter sorvegliare tutti i detenuti da una singola postazione e allo stesso tempo di farlo sapere ai detenuti stessi: questi, sentendosi osservati, avrebbero mantenuto un comportamento corretto che nel lungo termine sarebbe diventato spontaneo.

In seguito quest’idea venne più volte ripresa da filosofi e scrittori, tra cui anche Foucault, per descrivere il rapporto tra popolo e potere e per descrivere la società in generale.

Questa breve introduzione storica è necessaria a capire bene il romanzo: ci troviamo in Scozia, poco fuori Edimburgo, la protagonista della storia è una quindicenne di nome Anais Hendricks e la sua vita fino a questo momento è stata una continua gincana tra famiglie adottive, assistenti sociali ed istituti vari. Tutto questo ovviamente ha contribuito a farla sentire ai margini, diversa, rifiutata e a portarla verso quelle che di solito vengono definite “compagnie poco raccomandabili”.

Anais è adesso nei guai perché accusata di aver mandato in coma una poliziotta che è anche in pericolo di vita. La narrazione è in prima persona e inizia proprio con l’arrivo della protagonista in una struttura chiamata il Panopticon: non è una prigione, ma una sorta di casa famiglia per i giovani più difficili, i “reietti” come si definisce lei più volte. Il concetto di quest’istituto è che appunto si può sempre essere osservati, Anais però si sente osservata già da tutta la vita: chiama i suoi osservatori “l’esperimento” e sembra considerarli una sorta di forza esterna e maligna che non vede l’ora di coglierla in fragrante per spedirla in una qualche prigione dalla quale difficilmente potrà uscire.

Questo suo sentimento è chiaro fin dalle prime righe: “Sono un esperimento. Lo sono da sempre. È una certezza, un’impudenza, un fatto. Mi osservano. Non solo nelle relazioni scolastiche o degli assistenti sociali, nelle celle del tribunale o delle stazioni di polizia – loro sono dappertutto e mi osservano.”

La narrazione prosegue alternandosi ai pensieri di Anais e ai suoi ricordi. Un pezzo alla volta veniamo a conoscere la sua storia ma soprattutto scopriamo le armi che lei si è costruita per poter sopravvivere alle difficoltà incontrate finora: armi mentali come immaginazione e fantasie, ma anche fisiche, come una sessualità parecchio accentuata e soprattutto la droga, alcool, canne, eroina, pasticche varie, Anais si muove con disinvoltura in questo mondo, sa dove procurarsela, sa come consumarla e sa pure scegliere di quale ha bisogno a seconda della circostanza.

Gli altri ospiti del Panopticon sono anche loro ragazzi adolescenti e ovviamente nessuno di loro ha una storia semplice. Questo, anche se dopo qualche scontro iniziale, crea un senso di cameratismo che si cementerà con il passare delle pagine. Sullo sfondo però avvertiamo sempre la paura di Anais che la poliziotta in coma possa morire, e a quel punto lei sarebbe accusata d’omicidio e spedita in un istituto correttivo. In verità Anais è convinta di non aver compiuto quell’azione e crede si tratti di una congiura dell’esperimento. A complicare ulteriormente la situazione c’è pure la presenza di Jay, un suo ex attualmente in prigione ma che continua a chiamarla e a mandarle sms che rivelano un amore malato e violento.

Altri personaggi ricorrenti sono gli operatori e gli assistenti sociali, Anais ne ha conosciuti così tanti che ormai li sa inquadrare subito, uno di loro però, Angus, gli piace più degli altri e riuscirà a costruirci un rapporto di fiducia.

Gioventù allo sbando, abbondanza di droga, Scozia, storie drammatiche ai limiti della società, una morte inaspettata, impossibile non collegare questo libro a Trainspotting: atmosfere allucinate e senso di emarginazione sono gli stessi, insieme anche alla netta sensazione di impotenza di fronte ad una società che ormai vorrebbe solo far sparire i protagonisti perché ne rappresentano il fallimento.

Lo stile dell’autrice Jenni Fagan è scorrevole nonostante le atmosfere cupe e non si risparmia di entrare nei dettagli più truci, tra questi la descrizione di uno stupro di gruppo che fa davvero rabbrividire per la sua brutalità. Il linguaggio ovviamente rispecchia tutto ciò, una scrittura che imita il gergo della strada e che risulta sicuramente appropriato nonché credibile.

Qui su Lankenauta si trova la recensione anche dell’altro romanzo di Jenni Fagan, “Pellegrini del sole”: a parte una prevedibile similarità di stile, è interessante notare la passione dell’autrice per personaggi decisamente originali e così complicati da rispecchiare bene le contraddizioni dei nostri tempi: da una parte Anais, “regina dei reietti” e dall’altra Stella, un ragazzino di dodici anni che da quando è nato si è sentito una ragazza e che non vede l’ora di compiere la transizione.

Questo è un libro che non si termina a cuor leggero, il finale è agrodolce ma il percorso per arrivarci è una costellazione di brutture dove gli sprazzi di sole sono veramente rari. Un gran bell’esempio di letteratura, lo consiglio a chi ha apprezzato Trainspotting e a chi ha voglia di farsi un giro nella testa di un’adolescente parecchio problematica.