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j'Dom, 10 Mar 2019 14:52:38 +0100p*https://www.lankenauta.it/?p=17032eLankenautafIl pantarèi

In una recente intervista rilasciata a “liberidiscrivere”, lo scrittore Ezio Sinigaglia  a proposito della sua opera prima, “Il pantarèi”, ha affermato che “in tutto il romanzo, dal principio alla fine, si respira un’aria joyciana a ogni svolta, a ogni colpo di testa dell’autore o del protagonista, a ogni cambio di passo, a ogni sarcastica invenzione linguistica o narrativa, a ogni beffardo rovesciamento del racconto o del canone letterario. Mi divertii moltissimo a scrivere Il pantarèi, e so di parecchi lettori che si sono divertiti moltissimo a leggerlo. In questo aspetto ludico della scrittura risiede forse il contributo più prezioso che la lettura di Joyce ha dato alla mia vocazione di scrittore, ma anche il principale omaggio, naturalmente sarcastico e beffardo, che a Joyce ha reso il mio Pantarèi. Tuttavia ci tengo a precisare due cose. In primo luogo non bisogna dimenticare che in quel mio libro d’esordio il discorso sul romanzo del Novecento si articola su ben otto autori, e non su uno solo: tutti questi autori hanno avuto un ruolo importante”.

Facile intuire che “Il pantarèi” non sia soltanto un romanzo – per lo più presentato come opera metaletteraria –, recuperato grazie alla perspicacia di Giovanni Turi, direttore delle edizioni Terrarossa, e poi inserito nella collana “I fondanti”, espressamente dedicata alla riproposizione di “romanzi introvabili”. Un recupero nel vero senso della parola. Il libro, scritto tra il 1976 e il 1980, fu pubblicato per la prima volta soltanto nel 1985: vicenda editoriale già allora complicata – pensiamo poi ai decenni successivi in cui Sinigaglia ha continuato a scrivere e a tenere tutto per sé – nonostante l’opera rappresentasse “quasi una risposta alla domanda sulla morte del romanzo che già a quei tempi circolava con insistenza fra gli intellettuali”. Se certe dinamiche editoriali potranno risultare poco comprensibili, del tutto evidente è la particolarità di un esordio che rivela piena consapevolezza dei propri mezzi espressivi e culturali. Quello che Sinigaglia chiama “ostinato atto di eroica presunzione” (pp.7) lo possiamo tradurre forse come coraggio dell’esordiente, che si manifesta anche grazie all’elemento metaletterario, compresenza di discorso saggistico e di narrazione, una sorta di storia (e presunto crepuscolo) del romanzo nel romanzo. Protagonista, e più volte narratore in prima persona, è Daniele Stern, un collaboratore editoriale neanche trentenne che viene convocato dalla redattrice di una nota casa editrice (“un istante di doveroso raccoglimento. Sarò degno?” – pp.21),  la dottoressa Ghiotti e quindi incaricato di risolvere un problema, ovvero di riscrivere da capo a piedi un capitolo di letteratura che proprio non funziona: “farraginoso, caotico, difficile. Va rifatto completamente. Poche nozioni, ma chiare. Non dico banali: chiare” (pp.27). La prospettiva è quella di cinque giorni di lavoro, mezzo milione di lire e di un compito forse nemmeno troppo complicato – un testo di circa 40 cartelle dattiloscritte sul romanzo del Novecento, per il settimo volume di una “Enciclopedia della Donna” -, se non fosse che l’attenzione di Stern in quei giorni non certamente è tutta per i romanzi novecenteschi: il nostro è fresco di rottura matrimoniale, sua moglie non sopportava più la sua inconcludenza e l’ha lasciato per un avvocato “peloso”, e per di più, oscillando tra malinconie, pigrizie e brevi esaltazioni per lo scrivere, riemergono pulsioni apparentemente poco conciliabili tra loro.

Di ora in ora sembra che la vita del giovane letterato venga in qualche modo condizionata, o forse soltanto rivelata, in stretta relazione con gli autori che lo stanno impegnando e che avrebbero rivoluzionato il romanzo moderno, destrutturandolo e condannandolo forse alla sua estinzione: Proust, Joyce, Musil, Svevo, Kafka, Céline, Faulkner, Robbe-Grillet. La personalità del malinconico Daniele Stern, bisessuale pienamente consapevole, sicuramente instabile, riporta alla mente qualcosa di molto letterario: “non sono soltanto la rottura dell’ordine cronologico della narrazione, il flusso di coscienza, l’esplosione dell’intreccio e del milieu in mille frammenti a fare la differenza tra il romanzo del Ventesimo secolo e quello de Diciannovesimo […] cinque o sei parole in grado di sintetizzare queste differenza, la prima che mi verrebbe alle labbra sarebbe proprio ‘sessualità’. E la seconda ambiguità” (pp.11).

Peraltro, se in tutta evidenza le pagine più propriamente narrative – come ricordato da Sinigaglia sia nell’intervista che nella prefazione al libro – si caratterizzano per le innumerevoli manipolazioni linguistiche, frantumazioni lessicali e nel contempo lunghi flussi di coscienza privi di interpunzione, giochi di parole, sarcasmi in quantità – in sostanza canoni letterari maneggiati con estrema disinvoltura – i corsivi dedicati alla saggistica mostrano un’ammirevole chiarezza e capacità di sintesi. Un lavoro che la dottoressa Ghiotti avrebbe dovuto apprezzare. Così sul romanzo novecentesco, quasi una nota specifica allo stesso “Pantarèi”: “i fatti sono generalmente poca cosa, ciò che conta è il libero serpeggiare intorno ad essi. Il romanzo viene ad assumere quasi un aspetto saggistico che gli era prima completamente estraneo” (pp.65). Ed ancora su Joyce, l’autore più citato da Sinigaglia proprio in relazione alla sua opera d’esordio, al suo sperimentalismo: “Ulisse è la frantumazione di tutte le sopravviventi unità del romanzo: non solo di quella temporale, ma anche (e questo punto fa di Joyce lo scrittore più rivoluzionario del secolo) della sola unità che gli altri innovatori conservano: quella stilistica” (pp.97). A volte tutto molto divertito e sfacciato: “Ed ecco improvvisamente affiorare le velleità letterarie di Stern: le invenzioni linguistiche di Pisolo-Stern sarebbero, a sentir lui, tali da far concorrenza al Joyce (qui chiamato con devozione ironica “padre James”) e in particolare al Joyce prodigiosamente inventivo di Finnegans Wake, l’ultima e la più impenetrabile tra le opere del bizzarro irlandese. Che presunzione!” (pp.104). Una corrispondenza vita-letteratura che alla fine smentisce la presunta morte del romanzo, autentica “araba fenice”; anche grazie alla testimonianza di un presunto distruttore del genere: “Partito con l’intenzione di negare il romanzo, Robbe-Grillet ha finito per dimostrare l’impossibilità di questa negazione. Infatti è evidente che finché vi saranno uno scrittore, un lettore e uno strumento di comunicazione fra i due, il romanzo non potrà essere negato” (pp.274).

Lo stesso Stern, saggista dedito ai grandi autori che – se vogliamo dare credito alle ricorrenti recriminazioni di tanti critici letterari – avrebbero dato il colpo di grazia al romanzo, ci propone frammenti di una sua narrativa ricca di suggestioni joyciane e kafkiane: pensiamo alla “prosa immaginosa” che ha “invaso” il giovane letterato e ha prodotto “La scissione del ragionier Sperindio”; per poi giungere ad un vero e proprio “Romanzo di Daniele Stern”. Il finale del romanzo “metaletterario”, e nel contempo del saggio e del romanzo dello stesso Stern, archiviato sotto la voce “eventualità”, ha un che di metaforico. Proprio davanti la casa editrice il cammino del nostro joyciano diventa parecchio accidentato: da premesse ambiziose al ritorno sulla terra che fa pensare a delle “budella d’elefante”, malgrado si dica che una cosa del genere porti fortuna. Il “pantarèi” di Stern è pronto per essere scritto.

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