Nel 2014 la casa editrice Giappichelli ha pubblicato un volume collettaneo intitolato “Conflitto, ordine pubblico, giurisdizione: il caso TAV” in cui venivano riesaminati alcuni dei temi discussi durante un convegno dell’Associazione Giuristi democratici (Torino, dicembre 2013). Soprattutto si poteva leggere una forte critica sui metodi di reclutamento delle forze dell’ordine e su certe prassi giudiziarie, in primis quelle che riguardavano la repressione dei reati commessi in occasione delle lotte contro la costruzione di grandi opere pubbliche o di manifestazioni per la tutela dell’ambiente. Successivamente sugli scaffali delle librerie sono apparsi diversi altri libri dedicati alle vicende del Tav in Val di Susa e più in generale sul sistema malato delle cosiddette grandi opere italiane. Tutti contributi che hanno approfondito in particolare la disinformatia ad opera di editori – e giornalisti –  tutt’altro che puri (si veda ad esempio “Binario morto” di Rastello e De Benedetti), la famigerata analisi costi – benefici (non certo inventata in queste ultime due settimane), e  un sistema corruttivo raccontato, fin dagli anni ’90 e con dovizia di particolari, da Ivan Cicconi. Adesso, con “Governare il conflitto. La criminalizzazione del movimento No Tav” – oltre 350 pagine per  una monografia, frutto degli anni di ricerca dottorale -, l’autrice, Xenia Chiaramonte, ha riproposto un’analisi di quanto accaduto in Val di Susa (e nelle aule di tribunale torinesi), con approccio decisamente accademico, tra diritto, criminologia e sociologia. Per certi aspetti approfondendo temi che nel libro della Giappichelli rimanevano circoscritti a livello di articolo e breve saggio.

Ci troviamo infatti di fronte ad un’indagine sulla criminalizzazione del “più longevo e pervicace movimento sociale” italiano: un tale accanimento da provocare – lo leggiamo in quarta di copertina –  un’attenzione mediatica senza precedenti, “cinquanta procedimenti penali, più di 1.500 indagati, un maxiprocesso con 53 imputati, carcerazioni preventive e accuse di terrorismo”. Ricordando inoltre che “fenomeni simili sono diffusi a livello internazionale, laddove progetti dal forte impatto ambientale, come le grandi opere, incontrano l’opposizione delle popolazioni, una resistenza a cui si risponde sistematicamente con la gestione penale del conflitto. Qui il potere giudiziario s’inserisce nella dinamica politica e non opera un bilanciamento fra diritti in cui anche l’opposizione riceverebbe tutela; al contrario, tende a proteggere la società da questo dissenso e a difendere le scelte di politica economica dello Stato”.

Xenia Chiaramonte, analizzando i più diffusi quotidiani, “l’etnografia dei due maggiori processi penali, lo studio documentale di una serie di altri procedimenti minori a carico degli attivisti” (pp.15), interviste, “partecipazione osservante delle pratiche quotidiane”, ha inteso “scandagliare i meccanismi della criminalizzazione a carico di un movimento popolare”. In altri termini, “con l’apporto criminologico critico e sviluppando le intuizioni contenute in diversi scritti foucaultiani”, ha sostenuto la tesi che nel caso della repressione in Val di Susa siano state messe in campo delle vere e proprie “tattiche dell’accerchiamento” (pp.319). Questo avrebbe voluto dire una rivendicata difesa sociale caratterizzata da matrice teorica positivista (i più critici potranno pure dire “vetero-positivista”) opposta alla cosiddetta “criminologia critica” e alla teoria dell’etichettamento, tirando in ballo il paradigma del “diritto penale di lotta”, che pure si muove dentro il solco della formale legalità; e quindi tattiche enucleate sia dal campo giornalistico che da quello propriamente giudiziario. Un contesto in cui “alle forze dell’ordine è affidata la gestione della ‘legge’, così come la magistratura è intenta alla ‘lotta’ per il mantenimento dell’ordine sociale” (pp.52). Queste le affermazioni di una simpatizzante del Movimento che è andata a spulciare le carte processuali: “La Procura è partita dalle informazioni Digos e ha finito la requisitoria con le stesse informazioni Digos, anzi si vede proprio negli atti, si vede che ci sono dei copia-incolla con gli stessi errori di ortografia presenti nelle annotazioni di servizio delle polizia. È come se non ci fosse stato un pubblico dibattimento” (pp.198).

In questo modo – lo leggiamo in una nota sul documentario “Archiviato” – “centinaia di denunce e procedimenti penali avviati nei confronti di attivisti e simpatizzanti del Movimento No Tav, anche e soprattutto per reati bagatellari, trovano immancabile sbocco in processi e sentenze, mentre le decine di querele, denunce ed esposti per gli abusi compiuti dalle forze dell’ordine, anche gravemente lesivi dei diritti e dell’incolumità dei manifestanti, non sono mai giunti al vaglio di un processo” (pp.57). L’analisi documentale della Chiaramonte si sofferma anche su lunghi stralci delle requisitorie dei P.M. – non più con un “ruolo pro veritate” (pp.159) – e i verbali dei GIP, verificando così come per “i soggetti vi sia una descrizione che conta più aggettivi che non fatti” (pp.109). Al punto da notare come ancora per il GIP “la partecipazione [n.d.r.: alla manifestazione] in sé e per sé implichi la commissione di fatti di reato” (pp.112). Altri aspetti a dir poco anomali nei confronti dei militanti No Tav sotto processo, proprio dal punto di vista dell’interpretazione della legge, vengono individuati nella “tesi della prognosi postuma” (pp.169). Senza voler citare tutte le testimonianze di coloro che hanno perso il lavoro a causa della loro militanza, altri episodi danno il senso del clima che si vive in Val di Susa: “nel settembre 2012 alcuni ragazzi che non hanno raggiunto la maggiore età fanno un volantinaggio nel corso di una manifestazione No Tav. Non vi sono né scontri né denunce ma un paio di mesi dopo i genitori dei minori sono convocati dai servizi sociali su mandato della Procura di Torino, che ne sospetta il disagio” (pp.301).

Peraltro se esiste una criminalizzazione di un movimento sociale dobbiamo anche pensare ad una criminalizzazione della verità e del buon senso. Le due cose, come ben si evince dallo stesso libro di Xenia Chiaramonte, vanno di pari passo. Abbiamo perciò apprezzato la citazione da un libro di Matteo Renzi (Mondadori, 2013), quando il nostro era intento a scalare il partito e proponeva una politica fatta appunto di buon senso e di salutare rottamazione: “prima lo stato uscirà della logica ciclopica delle grandi infrastrutture e si concentrerà sulla manutenzione delle scuole e delle strade, più facile sarà per noi riavvicinare i cittadini alle istituzioni. E anche creare posti di lavoro più stabili. Io non credo a quei movimenti di protesta che considerano dannose iniziative come la Torino Lione. Per me è quasi peggio: non sono dannose, sono inutili. Sono soldi impiegati male” (pp.154). Praticamente un valsusino in pectore. Poi sappiamo com’è andata: le chiacchiere sono rimaste chiacchiere, il dogma delle“grandi opere” – si veda il dietrofront eclatante del ministro Delrio –  è rimasto dogma; e alla fine il rottamatore, scopertosi fervente “Sì Tav” insieme ai suoi famigli, ha pure rispolverato il progetto berlusconiano del ponte sullo stretto di Messina. Comprendiamo bene allora perché alcune citazioni presenti nel libro, seppur riferite in primis ad un certo modo di intendere le funzioni giurisdizionali, risultino tutt’altro che gratuite: “Il problema non è tanto quello dell’obbedienza dei giudici a ciò che il potere dice: è piuttosto quella della loro conformità  a ciò che il potere tace” (Foucault, 1979).