È per me un piacere stilare queste note alla silloge di racconti Veneti in controluce (Fernandel, 2018) di Ausilio Bertoli, per una serie di buoni motivi. Primo fra tutti, sono un veneto ed è tenace la curiosità di chiedersi – con affettuoso distacco – come sia possibile, oggi, fornire di noi, coi nostri pregi e difetti, una narrazione probante. Noi veneti, adusi più che altro alla modalità del “fare” più che a quella del “parlare”. Secondo: conosco da diversi anni l’autore e ne stimo l’opera; in più ho avuto l’opportunità di leggere alcuni di questi racconti in anteprima, quando erano ancora allo stato embrionale. Capite come il mio coinvolgimento sia rilevante. Cercherò, tuttavia, di mantenere una congrua distanza e di fornirvi una chiave di lettura che vi possa solleticare a infilare il naso in queste pagine.

Credo sia corretto – come afferma l’autore stesso nella nota in appendice – che vi siano almeno due punti di vista privilegiati dai quali contemplare i personaggi che affollano questa raccolta. Li possiamo osservare in maniera oggettiva, priva di filtri, in piena luce: possiamo ascoltarne la cadenza melodiosa del dialetto, vederli all’opera nel loro territorio – dal quale, sovente, ci risultano indissolubili −, passeggiando in buona compagnia sui dolci declivi che hanno ispirato i grandi maestri dell’arte pittorica (da Giorgione al Bassano, dal Bellini al Tiepolo), o scalando le loro montagne, assaporando la cucina locale o lasciandoci stordire dolcemente dal loro vino, assumendo quasi per osmosi una particella della loro “anima venetica”. Ci renderemmo conto, di primo acchito, che «i veneti hanno la testa dura», dice Bertoli. Dalle nostre parti è diffusa l’espressione A muso duro e bareta fracà! (a muso duro e col berretto ben calcato in testa!). L’ostinazione dei veneti è una sfida perpetua, che non esitano a ingaggiare anche nelle situazioni più critiche, che si tratti di saltare un fosso (anche se non si ha più l’età o il fisico), come l’imprenditore protagonista del racconto d’apertura; oppure di risparmiare spegnendo i termosifoni d’inverno, per dire. Il secondo punto di vista è invece più sfaccettato. Più intimo e crepuscolare. C’è una sorta di saudade veneta che appare controluce, quando il buio cala e la luna o i lampioni illuminano i profili delle cose; anche la nebbia è un’atmosfera congeniale: con queste condizioni di luce è possibile svelare sfumature inedite della gente veneta e dei loro percorsi di vita più o meno accidentati.

Alla seconda categoria di veneti che scorrono sotto la lente del lettore/entomologo appartiene, con tutta certezza, l’anziano “Sior Giulio” del racconto omonimo. L’ottantenne invoca la statuetta della Vergine Maria contenuta in una nicchia, affinché possa sanare la sua gamba e farlo tornare a camminare. È un vecchietto solitario e orgoglioso, che si adopera per celare allo sguardo altrui quanto è vulnerabile. “La lettera di Alex” è ancor più struggente: un uomo si apparta in una stanza di un hotel del Cadore per scrivere dei suoi sentimenti a una donna che non lo ricambia (forse) o che idolatra solo con l’immaginazione. Veneti in controluce è una sommatoria di “quadretti”, brevi scorci del quotidiano. I racconti partono sempre da situazioni ordinarie che si trasformano, man mano che la storia (in sé anche esile) si dipana, nel paradigma di un certo modo di stare al mondo e di relazionarsi. Penso a “Campo Marzo”, per esempio, dove un celebre parco vicentino, tristemente noto ai media per il suo degrado, fa da scenario a un’azione di polizia, volta a catturare alcuni spacciatori. Un cittadino è testimone del fatto e avvia una conversazione con una signora che porta a spasso il cane. L’episodio diviene la cartina di tornasole di un modo di essere connaturato dei veneti: un imprinting cattolico, volto al bene più sincero e riguardoso dei bisogni del prossimo; e un senso del decoro e del rapportarsi in società tipico di una formazione borghese. «Quando un senzatetto mi tende la mano, mastico delle parole per scusarmi: non ho spiccioli, e arrossisco: la coscienza ha reagito, giacché esige che mi curi del prossimo emarginato, imbrogliato o raggirato dai tanti lupi che, il manto dell’agnello, agiscono indisturbati.»

Ausilio Bertoli, sociologo della comunicazione e pubblicista, è un autore fecondo. Fra le sue cose più recenti L’amore altro. Un’odissea nel Kosovo (Besa, 2009), il romanzo Rosso Africa (Mimesis, 2011) e Un mondo da buttare (Italic, 2017). Ho avuto modo di dirlo più volte all’autore, di persona: più che l’ampio respiro narrativo del romanzo o del reportage, la sua arte più felice si condensa in questi piccoli gioielli narrativi, consumati nello spazio di qualche pagina, come per la memorabile, precedente antologia di racconti Gente tagliata (1996) per i tipi delle Edizioni del Leone di Paolo Ruffilli.

La scrittura di Ausilio Bertoli è peculiare proprio nel suo isolare un momento forse unico e irripetibile nella parabola vitale dei suoi personaggi. È una scrittura che predilige periodi paratattici, agili ed efficaci, con dialoghi scarni ma con un’attenzione a piccole sfumature quasi naïve che si aprono a squarci di realismo magico (se il termine non fosse spesso abusato e utilizzato a sproposito). È una poesia minimale più che minimalista, un’istantanea catturata per l’osservatore distratto, per chi ha la bellezza sotto gli occhi ma è anestetizzato dal clamore e dal vorticare frenetico della società che ci circonda. C’è una grande empatia nel Bertoli autore verso i suoi conterranei. L’occhio professionale del sociologo indaga da una certa distanza di sicurezza, ma presta il cuore e l’orecchio agli incontri, alle storie che le persone comunicano.

Bertoli sta sul pezzo; da studioso e da cronista non è indifferente all’attualità, come in “Inferno condominiale”, dove in uno stabile di una città del Nordest la già difficile convivenza tra gli abitanti dei diversi appartamenti raggiunge il parossismo in una calda notte d’estate. A farne le spese è una croata di Vukovar, irritata da un gruppo di rumorose coinquiline nigeriane. Un turco in cortile; troppa gente che entra ed esce dal palazzo multietnico, dove i furti si moltiplicano. Nel Veneto è ancora forte e persistente il richiamo alla tradizione e un retroterra rurale che si sfalda a contatto con nuovi stili di vita e le radicali trasformazioni degli ultimi decenni. In “Coniugi” una coppia attempata trascorre da una cena in agriturismo a una sagra paesana, all’ombra del campanile, con contorno di orchestrali e salsicce alla brace, e suscita una dolceamara nostalgia per le occasioni sfumate di una vita. In “La quercia di Parise” un sociologo si rende conto con apprensione che le nuove generazioni non riconoscono più l’eredità di un loro illustre concittadino: hanno smarrito i valori della memoria, di un patrimonio culturale condiviso.

I dettagli rivelano. E Veneti in controluce, attualmente in concorso al prestigioso premio Comisso 2019, si compone di particolari che rendono speciale l’esistenza umana, che offrono un motivo in più per renderla desiderabile e rimanere giovani. Ne sanno qualcosa gli “Anziani a passeggio” che animano uno dei racconti di questa silloge. «Se le sfumature scompaiono, tutto diventa grigio», dice Ausilio Bertoli, «quando invece la vita è un grande spettacolo dove le forme e i colori si susseguono come in un caleidoscopio, l’importante è saperlo osservare». Come dargli torto?