La malattia per Elisabeth Tova Bailey arriva improvvisa. Torna negli Stati Uniti dal suo viaggio in Europa afflitta da un virus impietoso che prende possesso delle sue cellule nervose. “Avevo creduto di essere indistruttibile, ma mi sbagliavo. Ero convinta che se qualcosa fosse andato storto la medicina moderna mi avrebbe guarito, ma anche qui mi sbagliavo. Gli specialisti di diversi ospedali importanti non furono in grado di diagnosticare la causa dell’infezione. Entrai e uscii dalle strutture sanitarie per mesi, e le complicazioni mi costarono quasi la vita. Un farmaco sperimentale appena prodotto rese stabili le mie condizioni, anche se ci sarebbero voluti anni di sofferenze prima che riuscissi a recuperare parzialmente le forze e a tornare al lavoro“. Elisabeth è una giardiniera americana che, da un giorno all’altro, si ritrova a non vivere. Un microscopico essere ha devastato il suo sistema nervoso autonomo mandando in tilt gran parte delle funzioni vitali. La malattia trasforma improvvisamente e senza appello l’esistenza di una persona e la pone di fronte allo scandalo di un corpo che non è più di alcuna utilità. I giorni diventano vuoti e le ore si dilatano senza lasciare alcun segno. Deve lasciare la sua fattoria, il giardino e la foresta in cui ama passeggiare con la cagna Brandy per trasferirsi in un monolocale dove può essere accudita più facilmente.

Un’amica, un giorno, va a trovarla e le regala un vaso di violette selvatiche. “Nel bosco ho trovato una chiocciola. Te l’ho portata, è proprio sotto le violette“. Elisabeth è sorpresa e anche un po’ inquieta. Cosa può farsene di una chiocciola? Di sicuro non può liberarla nel bosco. Come accudirla decentemente? Un dono stravagante ma anche una responsabilità impossibile da gestire per una persona immobilizzata in un letto. Una chiocciola comune, trafugata da un bosco, sottratta alla sua lenta esistenza e condotta, praticamente per errore, nella stanza di una donna bloccata da una malattia che non le lascia scampo. Un incontro apparentemente insignificante, quello tra una umana e una chiocciola, eppure per la Tova Bailey il contatto con un animaletto così silenzioso, così lieve, così diverso diviene il principio di un’amicizia speciale e sicuramente sui generis. Inimmaginabile, per lei e per chiunque, pensare di poter provare affetto per una chiocciola, rimanere affascinati dalla sua eleganza, dai suoi ritmi di vita, dai suoi gusti e dalle sue abitudini.

La bellezza de “Il rumore di una chiocciola che mangia” è proprio nel racconto delicato di un affetto semplice e straordinario, nella scoperta del bene involontario che un esserino così fragile ha iniettato nelle giornate senza fine di una persona sofferente. Un libro che mescola amabilmente la biografia e la scienza, la filosofia e l’entomologia. La chiocciola diviene presto uno dei pochi interessi vitali che la scrittrice può permettersi. Inizia infatti a osservarla e a cercare di capirla. Rileva che si muove di notte e dorme di giorno, scopre che si è cibata di un pezzetto di carta smangiucchiata da una busta da lettere e nota che il vaso di violette è il suo solo rifugio possibile. La diffidenza iniziale si tramuta in attenzione. Elisabeth pensa che l’animaletto prima o poi sparirà da solo, allontanandosi e finendo chissà dove. Ma la chiocciola rimane nel vaso e la donna decide di prendersene cura come può, offrendole persino dei fiori appassiti da mangiare al posto della cellulosa della carta. “Un petalo cominciò a sparire a un ritmo quasi impercettibile. Restai in ascolto, attenta. La sentivo mangiare. Il rumore somigliava a quello di una persona molto piccola che mastichi del sedano senza mai fermarsi. Osservai affascinata; nel corso di un’ora riuscì a cenare ruminando meticolosamente un intero petalo viola. Il suono minuscolo e intimo della chiocciola che mangiava mi diede una netta sensazione di compagnia e spazio condiviso“.

Un’osservazione premurosa quella della Tova Bailey ma anche la consapevolezza di una vicinanza che può permetterle di vivere in maniera diversa l’isolamento generato dalla malattia. La chiocciola condivide con la donna lo spazio ma anche il tempo, una dimensione che i malati percepiscono diversamente rispetto ai sani: per i malati il tempo è spesso causa di frustrazione e annichilimento. “Spesso la sopravvivenza dipende da qualcosa di specifico: una relazione, una fede, una speranza in equilibrio sull’orlo delle possibilità“. E per Elisabeth quel piccolo animale sotto le violette rappresenta improvvisamente una relazione o una speranza in equilibrio. La presenza della piccola creatura dei boschi, induce la scrittrice a informarsi e a studiare trattati specifici che le permettono di conoscere in maniera approfondita le origini, la natura e le caratteristiche scientifiche delle chiocciole. La sua Neohelix albolabris non è altro che una chiocciola dei boschi con una bocca provvista di oltre 2.600 dentini, occhi e naso telescopici e munita di una casa semovente oltre che velocemente riparabile, se necessario. La donna scopre i tanti segreti di quel piccolo animale che le tiene compagnia: la sua lentezza l’aiuta a essere ignorato dai predatori, il colore anonimo del guscio consente una perfetta mimetizzazione, ha superato diverse estinzioni di massa nel mezzo miliardo di anni d’esistenza sul pianeta e, probabilmente, sopravviverà anche alla scomparsa del genere umano.

La presenza di una creatura vivente e non umana la conforta. “Mentre l’energia dei miei visitatori umani si esauriva, la chiocciola era fonte di continua ispirazione. La sua curiosità e la sua grazia mi attiravano sempre più dentro la sua esistenza pacifica e solitaria. Guardarla vivere la sua vita nel minuscolo ecosistema del terrario mi metteva a mio agio“. La chiocciola diviene per la Tova Bailey terapeutica e salutare. Le basta osservare il microcosmo in cui si muove, mangia, vive, si riproduce, dorme e viaggia la sua piccola amica per sentirsi meglio. Normalmente lasciamo che i dettagli del nostro quotidiano scivolino blandamente senza sprechi di tempo o di attenzione, poi ci sono letture come “Il rumore di una chiocciola che mangia” che hanno il potere di ricordarci che la realtà di un’esistenza è composta per lo più da dettagli o momenti che lasciamo sfuggire molto rapidamente. A noi il compito di trovare, o ritrovare, il tempo e la concentrazione necessari a notare il senso di quanto avviene, seppur in maniera impercettibile e scontata. Soprattutto senza dimenticare che non esistiamo da soli e non siamo speciali in senso assoluto. Accanto agli umani esiste un pianeta che necessita di relazioni tra forme di vita diverse e tutte indispensabili.