“La gente non esiste”, almeno come ce lo racconta lo scrittore Paolo Zardi, è un titolo da interpretare non tanto come negazione di una realtà quanto come un certo modo di guardare al prossimo, con la  consapevolezza –  nero su bianco in quarta di copertina – che “esistono gli uomini, i loro insopprimibili desideri, le speranze insondabili, le misteriose direzioni che tessono ogni vita”. Ancor più concisi potremmo dire che Zardi, con questa sua nuova raccolta di racconti edita dalla Neo, ha voluto rappresentare un campionario di unicità; ovvero momenti quotidiani di persone – non “gente” indifferenziata – che, in maniera sempre originale, cercano di trovare un senso alla loro solitudine, magari solo temporanea, e ai loro incontri con gli altri. Così in “Ombrelloni”: “nulla sembra rimanere uguale; eppure niente cambia davvero: le persone continuano ad inseguire la felicità, a occhi chiusi, senza sapere bene cosa cercare, dove scavare, guidate solo da un istinto antico e disperato, e mai arreso” (pp.15). Se “niente cambia davvero” questo frequente non arrendersi, inteso anche come abbandonarsi con fiducia ai ricordi e a quello che possono ancora regalare, rivela una certa tensione all’ottimismo: sono racconti che muovono da temi universali – il distacco dalla vita terrena, i tradimenti, i ricordi che possono alimentare malinconie e nel contempo speranze, le trasformazioni della vecchiaia, l’incapacità di comprendere il diverso -, per lo più affrontati nella quotidianità da persone perplesse e smarrite, a disagio con i loro corpi e con i loro familiari, ma spesso non del tutto privati della speranza, un seme che a volte viene ritrovato e che potrebbe ancora germogliare. Altre volte nemmeno con l’intenzione di fare i conti con la realtà ma proprio cercando di farne a meno (“Il figlio della signora Bastiani” che riceve mail da una misteriosa ragazza russa e decide di credere all’amore più finto che possa esistere”, oppure il traditore quasi virtuale di “Corpi”).

Rispetto altre opere dello scrittore veneto una visione quindi meno cupa – in certi casi prevale proprio il sarcasmo come nel racconto “Le cyclette non vanno da nessuna parte” –  che, per fare alcuni esempi, si evidenzia in maniera più esplicita nella conclusione di “Stato avanzamento lavori” e di “Vita”: “il mio corpo avrebbe trovato un equilibrio; una delle sette cipolle della project manager avrebbe buttato fuori il suo germoglio, rivelando il nome tanto atteso, e  ogni cosa sarebbe andata al suo posto” (pp.152); “e ora quella vita stava cercando, proprio dentro di lei, una nuova strada per ripartire” (pp.201). Potremmo dire che questi racconti di Zardi rappresentano una risposta ai dubbi e alle remore dello scrittore mancato di “Escherichia coli”: “Nella realtà di tutti i giorni mancavano i nessi di casualità, la simmetria che crea stupore, un’organizzazione degli eventi, qualcosa che li mettesse in relazione. E in effetti, guardandosi attorno, non c’era nulla che valesse la pena di raccontare” (pp.122).

Quando poi leggiamo le atmosfere rarefatte e opalescenti di “Controluce”, oppure “Sotto ogni cuscino c’è un Dio” e tutte quelle pagine in cui si partecipa all’assurdità di tante situazioni, alla fatica provocata dai distacchi, dalla malattia che, forse, non lascia speranza, è legittimo parlare anche di commozione. Meno legittimo semmai usare il termine “emozione” che nel lessico intellettuale di alcuni scrittori di successo – ma lo stesso concetto vale per altre espressioni artistiche – viene spacciato per arte e cultura. Da questo punto di vista la “Gente non esiste” del titolo può essere interpretata in altro modo: una letteratura che non si limita a sollecitare la “gente” alla lacrima facile, alla cosiddetta emozione, ma che si misura sulla capacità dell’artista, forse  più comoda ad un Paolo Zardi dalla doppia anima di narratore e di ingegnere, di misurare con precisione i sentimenti e le debolezze umane. In altri termini la capacità di riflettere con lucidità, mostrando doti di attento osservatore, e nel nostro caso anche con una dose ragionevole di laica speranza, su quanto accade in un tempo presente che altrimenti dovremmo archiviare sbrigativamente soltanto come un cumulo contraddittorio di sventatezze, tecnologie e sempreverdi tentazioni e pregiudizi. La scrittura di Zardi  appare molto classica, praticamente assenti sperimentalismi o monologhi interiori alla stregua dei romanzi modernisti, ben rappresenta questo sguardo indagatore ma nel contempo partecipe e controllato. Il giusto equilibrio che ci conferma come una volta tanto gran parte dei critici letterari non abbiano preso una cantonata nel considerare Paolo Zardi uno dei nostri migliori specialisti nell’arte del racconto.