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"Questo libro è l'ultima pietra che portavo nella mia gerla, la più pesante, quella che era rimasta sul fondo. Ho dovuto infilare il braccio dentro, cercarla nella parte più buia, nascosta tra le foglie. Tra …

j'Mar, 26 Mar 2019 17:56:56 +0200p*https://www.lankenauta.it/?p=17180eLankenautafIl tuo sguardo illumina il mondo

Questo libro è l’ultima pietra che portavo nella mia gerla, la più pesante, quella che era rimasta sul fondo. Ho dovuto infilare il braccio dentro, cercarla nella parte più buia, nascosta tra le foglie. Tra tutti i libri che ho scritto questo è stato l’unico di cui, fin dall’inizio, conoscevo la fine. Non c’era sorpresa possibile, né colpi di scena, né vie di fuga. La fine era la parola «morte», scritta accanto al tuo nome, Pierluigi Cappello, scandito come negli appelli a scuola. Appello al quale tu non avresti potuto più rispondere: «Presente!»“. Doveva essere un libro scritto a due mani, “Il tuo sguardo illumina il mondo”, in nome di una promessa che Susanna Tamaro e Pierluigi Cappello si erano scambiati chissà quando. Una promessa che la scrittrice triestina ha mantenuto nonostante la perdita dell’amico poeta a cui mostra di essere intimamente legata da un affetto fatto da affinità più che elettive. Questo libro è una lettera che si dipana tra le radici di due esistenze e di un’amicizia che, evidentemente, va ben oltre i limiti imposti dalla vita.

Caro Pierluigi“, è così che inizia. Esattamente come inizia ogni lettera rivolta a chi si sente davvero caro. Una lettera con la quale la Tamaro parla a Cappello proprio come farebbe se fosse ancora in vita. Anzi, forse concedendosi confessioni e riflessioni che solo chi scrive può tramutare in materia letteraria. La lettera a Pierluigi, in molti momenti, diventa un dolente eppur luminoso scritto autobiografico, il racconto di una donna ormai matura e affermata che osserva se stessa nel corso del tempo riportando alla luce fantasmi, ostacoli, anomalie ed equivoci. Il dolore della perdita induce la Tamaro a recuperare frammenti fondamentali di sé e del suo essere, paragonando spesso la sua condizione a quella dell’amico. “La prima volta che mi sei apparso è stato su una rivista che stavo sfogliando in una sala di attesa di qualche medico o dentista […] Vederti e sentirmi meno sola fu tutt’uno“. L’autrice impara a conoscere il poeta attraverso le sue poesie, non ha il coraggio di cercarlo perché teme di essere ignorata. Un paio di anni più tardi, finalmente, Susanna e Pierluigi si incontrano per la prima volta. “Il segno distintivo del nostro rapporto è stato, fin da subito, quello della non ufficialità. Non ci siamo confrontati infatti sulla nostra attività letteraria né sui premi vinti, ma abbiamo subito parlato delle scuole frequentate nella nostra giovinezza. Tu eri stato un ragazzo del Malignani, mentre io una ragazza del Percoto“.

Non è solo una comune origine territoriale a creare vicinanza, evidentemente tra i due esiste un legame basato soprattutto sulla capacità di guardare il mondo in modo simile. Susanna descrive l’incedere lento delle stagioni, i rumori delle foglie del bosco, la luce delle giornate gelide di neve. C’è poesia in questo descrivere, lo stesso occhio acuminato e assorto che caratterizza i versi di Cappello. Scrivere per de-scrivere, è un po’ il senso di questo libro. Per dire all’amico ormai morto che ciò che esiste lo farà ancora per molto mentre noi, piccole creature finite, non potremo andare oltre un certo limite. Nel frattempo abbiamo il potere di amare la vita anche se ci pone di fronte a prove insopportabili. “Pur da situazioni diverse, siamo partiti con lo stesso tipo di equipaggiamento. Non quello che ci ha fatto nascere in condizioni, luoghi e famiglie estremamente differenti tra loro. No, il nostro equipaggiamento segreto, quello che ci ha uniti e resi simili fin dall’inizio, è stato il grande e incondizionato amore per la vita. È una contraddizione dire ho pensato spesso al suicidio e allo stesso tempo amo la vita più di ogni altra cosa? No, è sbagliato l’assunto che sta alla base. Considerare cioè l’essere umano come un immoto monolite invece che come una creatura fragile sempre in equilibrio precario sui burroni, i salti e le asperità della vita“.

Susanna si prende il tempo e le parole per descrivere la sua infanzia vissuta in uno stato di prostrazione costante. Una bambina poco amata e poco felice. Diversa dalle altre, apparentemente ostile e ottusa. Un’adolescenza attraversata constatando un’inettitudine che in molti sono pronti a sottoscrivere in pieno. Poi una borsa di studio presso il Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma e la possibilità di lasciarsi alle spalle tutto il dolore. Una libertà fatta di appartamenti da cambiare in continuazione, di assenza di orari, film da vedere e sogni da immaginare. Susanna, quella che tutti avevano sempre ritenuto un’idiota, viene scelta perché in lei qualcuno ha ravvisato un talento. Pierluigi, invece, aveva capito di appartenere al mondo delle parole e della loro sfavillante e lacerante essenza ben prima di essere coinvolto in un incidente e ritrovarsi su una sedia a rotelle. “E cosa è stato quell’anno e più trascorso in ospedale, se non la grande scoperta delle parole? Nell’epoca dello storytelling e del tutto easy nessuno ha il coraggio di dire questo. La scrittura è una prigione che consente pochissime ore d’aria. La camera di ospedale, con il davanzale coperto di libri, era diventata la tua cella monacale“.

La Tamaro diviene celebre grazie a “Va’ dove ti porta il cuore”. È il 1994 e per la giovane scrittrice friulana oltre ai meriti e agli onori, prende il via anche una gogna mediatica che tuttora la lascia senza parole. Di lei hanno scritto di tutto e di peggio, l’hanno giudicata e criticata per come si veste, per come taglia i capelli, per quel che scrive e per come conduce la sua vita. Col tempo e dopo attenti controlli, alla Tamaro è stata diagnosticata la sindrome di Asperger: “è questa la mia invisibile sedia a rotelle, la prigione in cui vivo da quando ho memoria di me stessa“. Finalmente il suo essere così aliena, così distante, così fragile può essere spiegato con un nome preciso. La colpa di sentirsi tanto diversa, quel peso che la scrittrice si porta addosso da sempre, ha una ragione che trova finalmente una precisa definizione.

Scrivere di sé in maniera tanto autentica e cristallina pone la Tamaro in una condizione di estrema libertà. Scrivere e scrivere di sé in questa maniera deve essere stato un atto doloroso ma, al contempo, estremamente prezioso e liberatorio. “Scrivere costa, sempre e comunque, un’enorme fatica, sia che si raggiungano i livelli più alti sia che ci si smarrisca in tentativi incerti. Fatica fisica e fatica emotiva perché anche per parlare di tramonti e di gabbiani si deve essere disposti a svelare un punto di sé in cui la corazza allenta le sue maglie e ci rende vulnerabili“. Scrivere è porsi in una condizione di apertura e, quindi, anche di debolezza eppure è l’unico atto d’amore possibile verso se stessi e verso chi si ama. Soprattutto se chi si ama non è più presente.

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