Quando ci capita di leggere una frase provocatoria tipo “il giallo italiano non esiste”, non vuol dire che si riferisca ad una inesistenza o ad una pochezza della letteratura italiana di genere; semmai al fatto che “esistono tanti gialli italiani, di diversi livelli letterari”. Massimo Carloni, proprio per questo motivo, qualche anno fa ha proposto ai lettori una sorta di rassegna “geografica” del giallo – noir; e riguardo gli scrittori romani e laziali –  o quanto meno riguardo coloro che hanno ambientato i loro racconti nell’area della capitale – ci  ha ricordato una certa loro vocazione al “giallo politico”, “impegnato nel sociale, teso a denunciare le zone oscure della nostra cronaca più o meno recente”.

All’interno di questo filone probabilmente possiamo riconoscere la bibliografia dell’avvocato-scrittore Paolo Tagliaferri, per ora ufficialmente limitata a un paio di romanzi ed alcuni racconti, ma probabilmente destinata ad arricchirsi di molte altre opere con protagonista il maresciallo dei carabinieri Massimo Alatri; tra l’altro reduce da qualche anno di professione legale e quindi ben consapevole di cosa vogliano dire le storture della giustizia italiana. Il nuovo libro di Tagliaferri,  edito dalla Oltre edizioni, è costituito da tre racconti (il primo magari un lungo racconto) che, nonostante la citazione di Derek Raymond (“il maestro inglese del noir”) in quarta di copertina, fa pensare piuttosto ad una sorta di “polar” rigorosamente italiano, ovvero una fusione di poliziesco – noir, col personaggio principale nelle vesti di un esponente delle forze dell’ordine – per lo più un “cane sciolto” – alle prese con la criminalità e i disagi sociali delle periferie. Se la “periferia” di Max Alatri è quindi Santa Marinella e il litorale laziale infestato dai teppisti autoctoni ed assediato dalle cosche della vicina Campania, l’aspetto “politico”, almeno nel lungo racconto “Io mi chiamo Miguel Enríquez”, è rappresentato addirittura da un delitto avvenuto oltre quarant’anni fa, in Cile: un anziano signore, un po’ confuso, si presenta al nostro maresciallo appunto come  Miguel Enríquez, l’uomo che in realtà dovrebbe essere morto da tempo, ucciso dalla “DINA, la feroce polizia segreta di Pinochet”. Peraltro il contesto storico-politico dell’omicidio del capo del MIR, nonché radicale oppositore della dittatura cilena, il delitto di Lumi Videla, la crisi dei rapporti diplomatici Italia-Cile sono ricordati nella prefazione a cura dell’ex ambasciatore Emilio Barbarani. L’esito della vicenda, forse intuibile da chi ha una certa consuetudine con la letteratura poliziesca, riporta tutto a un livello molto concreto, senza alcuna concessione al soprannaturale e a rivelazioni sconvolgenti. Semmai la necessità di raccontare la storia dell’autentico Miguel Enríquez, all’interno di un racconto lungo e non di un romanzo, potrà dare a volte l’impressione di un che di didascalico, non molto coerente con quanto avviene durante degli ordinari colloqui investigativi, tanto più in presenza di pericolosi criminali. Più interessante ed efficace la scelta di Tagliaferri di accompagnare la narrazione ambientata ai giorni nostri con un monologo – ricordo risalente a quarant’anni prima. Premessa perché antichi rimorsi, per lungo tempo diluiti in un’atmosfera onirica, vengano alla luce e poi riscattati da un pentimento che agli occhi del lettore si fa sempre più plausibile.

Più esplicitamente “polar” i due successivi racconti “La linea” e “Al Amara” – in realtà ambientati in un tempo precedente a “Miguel Enríquez” – presenti (in “Al Amara”) un mistero inteso come soluzione a sorpresa di un “cold case” e nuovamente (in “La linea”) un parallelo presente – passato, sono pagine in cui appare chiaro il destino professionale del maresciallo Alatri, uomo con animo di sinistra alle prese spesso con colleghi fascistoidi: l’esercizio di una rettitudine personale piuttosto che professionale deve fare i conti con rifiuti umani, problemi sociali mai risolti e con una politica (anche giudiziaria), se non esplicitamente corrotta, certo poco trasparente, predisposta ad ambigui compromessi. Si pensi in “La linea” ai metodi poco ortodossi dei cosiddetti servizi, rappresentanti di uno Stato che non si fa scrupolo di spartirsi il territorio con un anti-Stato: “il loro interesse è non far arrivare i clan oltre Ladispoli. Lì si devono fermare. Quella è la linea” (pp.103). Metodi non sempre ortodossi anche quelli di Alatri che, suo malgrado, si trova ad operare con compagnie non delle più rassicuranti: “Un avvocato pentito, un buttafuori – ex poliziotto e un carabiniere nazista. Ci sono state squadre peggiori” (pp.100). Appare evidente quindi che, pur con tutte le cupezze necessarie a descrivere una periferia depredata da piccoli e grandi criminali, in questi racconti sono presenti anche toni un po’ scanzonati, a volte come in presenza di un redivivo Philip Marlowe, con i suoi alcolici ingurgitati in quantità e una solitudine che diventa l’inevitabile destino di chi non tollera l’arroganza del potere.

Dovremmo leggere altri romanzi e racconti di Tagliaferri per farci un’idea più compiuta di questo “noir laziale” ma di sicuroIo mi chiamo Miguel Enríquez, in quanto a stile e linguaggio, per lo più asciutto, poco incline a divagare, ha poco da invidiare rispetto le opere di giallisti che attualmente vanno per la maggiore.